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‘O Barone (racconto)

c’erano Pier’epapera e Funtaniere, ‘O Barone, ‘O Zozzo, Ninnillo e Zi’ Miniello, tutti con l’aria distratta ma con gli occhi vispi, nel grembo rumoroso della ferrovia; portabagagli abusivi che negli anni sessanta e settanta avevano avuto il loro periodo aureo quando partivano gli emigranti verso le città del nord, coi loro bagagli enormi, di cartone, chiusi negli spaghi; intere famiglie piene di rabbia e speranza, l’orgoglio nelle mani ruvide e tozze e nelle gambe i battiti del cuore: Torino, Milano, Shaffhausen, Monaco, Stoccarda, treni che erano un mondo, un universo. Allora se li contendevano. Dicevano: “aggiu pigliat’ primm’ io o’ viaggio”, e strappavano la valigia di mano al viaggiatore di turno mimando una sofferenza fisica qualunque fosse, accompagnandoli allo scompartimento e sperando in una ricompensa che, puntualmente, arrivava. All’improvviso scomparivano, poi si ricompattavano alla testa del binario, al paracolpi delle loro esistenze, dentro l’odore dei treni, come zoccole impaurite prese con le mazze e risucchiate nelle saittelle del giorno; giocatori di lotto pieni di debiti con mogli degeneri e figli abbandonati ai loro destini. Avevano come una specie di fascinazione luttuosa addosso; erano magri, sdentati, claudicanti, in un certo senso, reietti, ma non offendevano la vita anzi avevano una profonda umanità benché l’ignoranza li divorasse e la fame, la fame, ancora negli anni novanta, li impiantava definitivamente nello stomaco della città dov’erano da sempre tutti quelli che si arrangiavano. Piazza Garibaldi culla di tutti i rumori della pancia, imbroglio delle tre carte e polistirolo nelle stecche di sigarette di contrabbando. Tuttavia leggevano. I giornali della cronaca locale che gli davo io quando stavo al carrello, a gratis s’intende, tra una multa e l’altra che gli rifilava la polfer e che loro naturalmente non pagavano. Gli “spruzzi”. Che voleva dire gli espulsi dalla cooperativa portabagagli, quella ufficiale, e che non sapevano fare altro nella vita se non portare bagagli e giocarsi i numeri. Ogni episodio una combinazione di numeri. 72 ‘a meraviglia, 23 o’ scemo, 90 ‘a paura.
Un giorno viene uno di loro e mi dice: Giuà t’aggia cercà nu favore. Mi guarda con gli occhi tremanti e butta a terra una sigaretta appena accesa. -Me putisse prestà cientemila lire dimane te’ dong. Dicevano sempre così, dimane te’ dong. Doveva estinguere un debito che aveva contratto per estinguere un altro debito. Praticamente una spirale. Lo guardai negli occhi e gli dissi che i soldi non li avevo e allora lui mi raccontò una storia pietosa che finiva con un morto. -Finirai morto anche tu gli dissi. Lui abbassò le serrande degli occhi, si girò con disprezzo e si allontanò. Non lo vidi più per mesi. ‘O barone. Chissà poi perché “o barone”, forse antiche aristocrazie per quel suo modo di portare la coppola, o perché, come dicevano, aveva una famiglia ricca alle spalle che lo abbandonò dopo i primi debiti. Ma non era vero. Poi, d’improvviso, spuntò fuori che se n’era andato in Germania, da una sorella, e che in un certo senso si era sistemato. Ma la verità l’ho saputa stamattina. Me l’ha raccontata Don Salvatore, uno dei più vecchi qui e chi lo sa se non è anche questa un’altra favola. Don Salvatore ‘a pernacchia lo chiamano. Mi ha detto che ‘o Barone se n’era andato all’altro mondo con una corda lasciando un’infinità di creditori arrabbiatissimi che adesso si rifacevano sulla figlia, una ragazzina che io l’ho vista, delicata e dolce come un fiore, attraversare la stazione con uno dei suoi protettori. Fa la prostituta a via marina ed è proprio un peccato, si, un peccato che io non possa far niente né per lei, né per i creditori, né per la buonanima del padre che le centomila lire gliele diedi sapendo che non me le avrebbe mai più restituite, quel balordo figlio d’un cane, che aveva mille germanie nella testa e chissà quale camposanto gli raccoglie le ossa ora, pace all’anima sua. Don Salvatore mi guarda con gli occhi di vetro, mette le mani unite alla bocca, la destra aperta a mezzo ventaglio, e prima di emettere il suono dice come tra se e se in una specie di intima sofferenza: “chest ‘è p’ iss’, questa è per lui, e gli fa una pernacchia, la più triste e affettuosa che gli abbia mai sentito da quando sono qui.

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