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OSSO

Ho sognato di abbassarle il costume a strisce, non ricordo il suo volto, era una donna senza nessun lineamento particolare, un sogno di docce e di fiori, le mutande bagnate, il letto bianco-blu.

Poi quando mi sono svegliata ho attraversato tutti  i ponti che conosco, ho preso un treno vecchio ricordando una canzone , una specie di ritmo, una specie di campanaccio, una specie.

Ho tenuto per mano una bambina senza una gamba che mi guardava in malo modo, Sono una mamma anch’io, che credi? Le ho detto, lei mi ha mostrato la mano piccola e appiccicosa, Non ho soldi, stronzetta, ma sono una mamma anche io, che credi?

Lei s’è liberata dalle mie dita e ha provato a correre, il posto è isolato, indosso una gonna nera lunga, i capelli biondi come sempre, compro un pacchetto di Diana da un tipo senza denti, la sua bocca trema, mi guarda le braccia sudate. Fa caldo, mi dia anche un accendino, faccio io.

Ma se ha appena detto che fa caldo? Farfuglia lui sorridendo. Quello rosso, faccio io, fa caldo.

Pago e lui non sorride più, mi sbatto la porta dietro, arrivo davanti al palazzo che è di un colore fastidiosamente vivo, turchese, anonimo quasi quanto i miei occhi che vedo riflessi in un balzo di vento sotto la mia fronte sotto le sopracciglia più scure dei capelli, sotto alla mia gonna che in realtà sta’ sotto, sì, ma comunque è sopra, insomma vola, mutande e capelli, quel maledetto sogno.

Raccolgo un fiore pisciato da chissà quanti cani, in un pezzetto di terreno davanti alla clinica, cammino verso la porta e dopo qualche intoppo burocratico salgo le scale mentre un’infermiera portoricana dietro di me continua a ripetermi per cinque rampe  Ma non sarebbe stato meglio se avesse preso un ascensore??? E io continuo a girarmi verso di lei col fiore maligno tra le dita, sempre per cinque rampe, e alla fine le chiedo E’ lei quella del sogno? Lei mi guarda con un ghigno quasi deforme e mi fa  E’ venuta per ricoverarsi, vero? E io le chiedo sorridendo E se così fosse? Comunque, è lei quella del sogno? Un infermiere cadaverico ci passa accanto, il corridoio pullula di mosche che hanno occhi che sono stranamente i nostri, anonimi, ronzo un attimo, le ripeto: è lei?

Il tipo cadaverico le dice ‘Un altro osso, eh?’ Lei fa spallucce, l’infermiere se ne va, e io le dico Oh, no, non si disturbi, è troppo brutta, cazzo, non può essere lei quella del sogno. Lei sembra quasi offesa, poi si avvicina un po’, mi tratta come una pazza, come una a cui dar ragione, come una che sta imparando a guidare. Che ci fa qui? – mi chiede – mica si deve ricoverare per davvero?

Macché, faccio io, una solo perché ha fatto un sogno dev’essere pazza? Vi divertite sul serio voialtri! E’ solo che pensavo fosse lesbica, tutto qua!  Lei mi dice: lesbica io????? Guardandosi intorno. Non pensavo che la cosa la potesse turbare tanto, così decido di tagliare corto e imbocco la curva del corridoio che è sudata quasi quanto la mia schiena, senza voltarmi le chiedo: Non sarebbe stato meglio prendere l’ascensore? La sento rimanere in silenzio. Ah, certe donne, soprattutto certe donne portoricane, pare vogliano mentire meravigliosamente prima a se stesse, poi a quelle che le hanno sognate.

E’ tutto un gioco spaventoso, così, senza prendermi troppo sul serio, annuso il fiore e valuto tutte le porte, tutte le cartelle, da lontano. Poi finalmente trovo la ‘mia’, ci scivolo dentro.

Ti alzo la serranda, ti dico che c’è puzza, ti dico che dovremmo incazzarci con le infermiere, ti alzi, ti siedi di fronte al tavolino bianco-blu, questa stanza mi ricorda qualcosa, ti dico che non ci vediamo da forse dieci anni, ti chiedo se ti ricordi di me, tu annuisci, i tuoi capelli sono sporchi, vanno verso sopra, ti dico che sul muro ci starebbe bene un quadro rappresentante l’Orsa maggiore, annuisci, annuisci, mi hai riconosciuta.

Seduta di fronte a te muovo il piede sinistro, poi l’altro, mi accendo una sigaretta, poi ti porgo il pacchetto, Te ne ho rubata una prima ancora che fosse tua! Ti dico, tu te ne accendi una, fumiamo insieme e mentre i nostri polmoni si corrodono mi viene da chiederti se qui si può fumare, ma in tutte le cinque rampe di scale, sempre con l’infermiera  lesbica portoricana alias mia compagna di giochi onirica, ho sempre visto enormi cartelli bianchi con lettere rosse che dicevano ‘VIETATO FUMARE’, ahah! Vietato, vietato.

Non c’è un posacenere così ci avviciniamo alla finestra, il sole sempre caldo e tutto il resto. Tu cicchi con calma e hai centinaia di rughe ma gli occhi blu che mi hanno sempre fatta piangere: l’oblio.

Senti, mamma è morta. Tu mi guardi, io ti guardo, butti la sigaretta, dammene, dammene, dammene, ahah! Dammene un’altra! Dici quasi urlando, ridi sbavando dappertutto, poi ti ricomponi immediatamente, tutto serio guardi davanti a te, ero un pittore, che ti credi?

Mi fai, ridendo di nuovo ma con più calma, cerchi di fumare la sigaretta al contrario, così te lo faccio notare, te la accendo, tu ti prendi l’accendino e lo infili nella tasca del pigiama bianco e blu. Fa caldo, dici, meno male che ho un accendino, fa proprio caldo.

C’è qualcosa che mi ricorda il mare, c’è sempre qualcosa nel fondo della mia mente a ricordarmi il mare. Aspiro forte, Lo so che sei un pittore, non ti hanno mai capito, mai compreso, sempre messo in un angolo, che credi, che io non ti capisca? Sono una pittrice anche io, lo hai sempre saputo, dico.

La mamma è morta quindi, oh mi dispiace, quindi condoglianze, la mamma è morta quindi? E quindi condoglianze, oh sì sì, condoglianze!!! Continui a ripeterlo fino allo sfinimento, io ti dico grazie, ma quasi te lo domando: Grazie? Non ho mai saputo rispondere con sentimento, in nessun caso, non ho mai amato, non ho mai sofferto davvero, non ho mai.

Tu hai qualche tic, le dita belle come sempre, ci mettiamo a parlare di quando facevi il muratore, dell’angolo in cui ti avevano messo, del tuo lavoro da quattro soldi ma anche dei tuoi quadri ovunque, in tutta la casa che respiravano in simbiosi e m’immagino i nostri polmoni corrosi in realtà dipinti, che colano, identici a quelli della casa.

Le case respirano, respirano eccome, fai tu, oh sìsìsì, senti ma quindi tua madre è morta! Oh, mi dispiace, senti, senti, condoglianze. Eppure, sono un artista no? E quindi condoglianze, cristo, non sai quanto mi dispiaccia! Eleonora! Eleonora, portami il tè e senti, senti questa, sua madre è morta, mica ti dispiace, vero? Le ho già fatto io le condoglianze, oh, cristo, mi dispiace…

Continui così per un bel po’ e cerco di spiegarti perché negli ultimi dieci anni non sono mai venuta a trovarti, poi mi stanco un po’, anche se il caldo adesso s’è afflosciato sulle pareti, saranno quasi le sette.

Non so nemmeno che malattia tu abbia, ti dico. Tu ti fermi improvvisamente, eh, sì sono malato, una volta sono stato malato d’amore, però sono malato, senti, sarà forse perché sono un artista? Eleonora, il tè, la ragazza qui deve prendere un aereo!

Senti, faccio io, lascia perdere un attimo il tè e quest’eleonora, cristo santo, stai peggio di quanto credessi! Tu ti stropicci gli occhi, ti accendi un’altra sigaretta, sempre al contrario, poi un’altra.

Senti papà, non ti suscita niente? Dico, non ti suscita niente questo fatto di mamma, insomma, non vi siete visti per anni e tutto il resto, ma è stata tua moglie!

Tua mamma è morta? Condoglianze! Le mie più vive, vere, condoglianze! Mi spiace! Dici buttando la sigaretta. Ci sediamo di fronte al tavolino, stai davanti a me con un sorriso così triste e pazzo che mi verrebbe da strappartelo dalla faccia, metti i gomiti sul tavolo, le unghie tra i capelli.

Smettila con queste condoglianze, la pazzia non esclude il dolore, comunque me ne vado, volevo solo avvisarti. Faccio per alzarmi. Oh no, nonono, aspetta, Eleonora, ma questo tè? Scusala è nuova, sta sotto al letto, è una donna molto piccola, gridi. Io ti guardo perdendo ogni speranza di dialogo tra persone non dico normali ma quasi. Poi tu mi dici, sei una pittrice, un’artista, oh sì, un’artista ed io l’ho sempre saputo, anche senza il tè, prenderai l’aereo no? Ma senti, senti, sei proprio un’artista e non credo che tu sia venuta qui per dirmi di tua madre. Era mia moglie, oh sì sai quante volte l’aspettavo sotto al balcone, prima del te inglese, ma noi mica siamo inglesi, ma senti, c’è un motivo oltre la tela, no? No?

Stonata dalle tue parole torno a sedermi, anche io metto i gomiti sul tavolo e le unghie tra i capelli così la nostra somiglianza è indicibile tanto che per un attimo sembra che tu abbia capito tutto.

Quattro giorni fa ho abortito, dico di punto in bianco. Tu stai zitto, sempre la stessa espressione, un po’ come me, un po’ come chi non soffre, non ama eccetera. Vedi, mi è sembrato che la vita finisse, ma non capire male papà, non voglio suicidarmi, non m’interessa la fine, oddio, per quel che potrebbe importarti, probabilmente andresti in giro a fare le condoglianze a chiunque senza neanche ricordarti di me, ma a parte questo, la vita mi sembra finita. Sai, il cordone ombelicale e tutto il resto. Ho abortito su una materassino di cuoio coi soldi di zia Elisa, e quando sono tornata a casa ho trovato mamma con un coltello conficcato nella gola, insomma cazzo, non è modo di suicidarsi- e a lei sì che interessava la fine- e poi s’è spezzato. Il cordone ombelicale dico, s’è spezzato e sono rimasta da sola. Adesso mi chiedo, siccome non credo che il tempo stia realmente scorrendo, che farò?

Tu mi guardi serissimo per chissà quanto, poi mi dici, Qui ci chiamano ossi, scusa se non ti faccio le condoglianze, chi è che è morto? E tua madre come sta? Comunque senti, senti, qui ci chiamano ossi come se dovessero rosicchiarci, capisci? Che poi questa è una villa, dico io, con tutti i soldi che gli diamo, la servitù parla male di noi, s’infiltra nelle pareti, negli armadi, ci chiama ossi, ma io credo che lo facciano perché gli spezziamo i denti, perché siamo una noia, no? Capisci?

Io poggio la testa sul tavolo e tu continui a ripetere forse per mille volte soltanto ‘Capisci?’ Alla fine mi drizzo improvvisamente sulla schiena che mi fa un male atroce nello stesso istante in cui sto per alzarmi, Capisco, capisco, ti dico. Con fatica riesco ad alzarmi sul serio, poi ti guardo, ciao papà, a presto, addio o insomma decidilo tu.

Mentre scendo le cinque rampe, mentre faccio la strada fino alla stazione e mentre in treno guardo la vegetazione nera schiantarsi contro le rotaie, mi accorgo del peso sulla mia schiena e per la prima volta in vita mia, del dolore, sono un  osso  anch’io. Faccio rotolare il fiore intriso di piscio di cane tra l’indice e il pollice della mano sinistra, gli oggetti, le cose, un fiore comunque non è niente, così come  non si è niente ma si è calmi e lontani dopo la pazzia, dopo il baratro, la linea o come cazzo vi pare, una cosa  non serve a niente.

Così quando scendo dal treno ci sono stelle che non servono a niente peggio dei fiori e delle parole e dei fiori di mia madre che già dopo quattro giorni saranno appassiti e della pozza di sangue che aveva lasciato sotto al tavolo e sopra al tavolo, e sulle mattonelle beige, evito ogni libro e ogni accostamento romantico, sono sola e la cosa pazzesca è che improvvisamente riesco a ricordare la donna del sogno, che non era portoricana, che non era lesbica, che era mia madre, e che poco prima di starsene nel letto con me a farsi succhiare ogni cosa, mi aveva partorita, dando inizio e fine ad ogni vita.

Sul letto bianco blu io ero nata e già stavo tra gambe solide ad urlare, e in fin dei conti, avevo fatto soltanto quello, durante la mia nascita e subito dopo, durante la mia fine.

Prendo un mazzo di chiavi rovistando nella piccola borsa nera, non indovino mai quali sono quelle di casa, alla fine le trovo e mentre sto per aprire, una zingara mi si avvicina, porta una gonna lunga simile alla mia, ha eterni occhi blu come quelli di mio padre, così io e lei stiamo nel fondale, e non importa che volto abbia, che sogni farò stanotte, mi illudo, le sorrido, Sono una mamma anche io, che credi? Le dico.

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Veronica Falco

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