Porci

Bisognerebbe partire da un qualsiasi presupposto, un applauso una cosa simile.

Lei è un maiale, mi permetta.

Penso che lei sia un maiale, anzi un porco.

Io sono un porco, gambe slittanti appena fuori porte graffiate, metro mai sterilizzata, cinque e trentadue del mattino.

Credi di essere buono?

Nessuno lo è, io sono un porco, infilo il mio muso tra la merda e il vomito e il cibo a fiotti nelle narici, posso domandarti di certo se vuoi spartire la merda e il vomito e il cibo a fiotti con me, mattù rifiuti per compromesso sociale e per finto anti-borghesismo essì per le tue ginocchia per educazioni siberiane e tutte quelle puttanate che creano il circolo selvaggio roteante che sta pur certo alla fine porterà al mio muso sporco e al fatto che se rifiuterai – ettù rifiuterai – io continuerò a fagocitare roba nera a zanne gialle sputando pezzi di galassie sui culi degli altri maiali amici di nessuno comemmè.

E dico pezzi di galassie non per poetismo snobeggiante antisemita duemilequindici ma in riferimento all’importanza del mangia tu che mangio io non arrabbiarti alla fine la collera è uno zingaro all’angolo della strada, come quella centochili che nel bagno a Barberini spruzza ossido sui polmoni lava figa nel soffitto camere specchiate.

Ma non divaghiamo

La bontà sempiterna non esiste e nessun tipo di bontà esiste, niente va detto con rancore perché laddove il rancore può scorrere a chiappe al vento tutto felice sueggiù per la strada la bontà non esiste, ed è forse una sorpresa?

Se ho le gambe metaforicamente rotte in modo brutale – sempre per la storia delle cinque e trentadue del mattino- niente donne incinte pance bianche in cui nascituri inconsapevoli strappano a morsi carne rosa spudoratamente non più vergine, mi impietosiranno, io resterò seduta! Sono molto importante, chiunque è molto importante.

Che c’è di strano?

Memorie del sottosuolo e acqua di rose e violette, attiro la sedia verso di me con la pianta dei piedi ettù puoi sentirlo il rumore stridulo legno contro legno perché l’innocenza del nascituro fatto di alberi mozzati e per di più già cannibale e inconsapevole proprio per un cazzo, la sua innocenza non esiste nel momento in cui sbrattato e slabbrato già dalla nascita partorito sgravato in un porcile verrà divorato e pezzo dopo pezzo non rimarrà che il pianto eterno e non diciamoci stronzate neanche quello e la risposta è finalmente non poetica non celestiale non ermetica, il tutto è sì logico poiché non abbiamo una memoria sensibile di lacrime animali, ed è fantastico, è meraviglioso: noi siamo porci.

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Veronica Falco

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