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Recensione a “Solstizio” di Antonella Lucchini

La luna si fa estate

spogliandosi fino alle ossa.

Una notte di luci volanti

a filo di pelle

nudo il corpo della terra

nudi gli strilli delle piume nel buio.

I grilli garruli fermano i loro salti

attorno al piede caldo che sfibra ogni stelo.

E’ il momento della nostra nudità

più nuda

quando una mano può passarti attraverso

e stringere di te tutto

e il dolore

si smantella in due molecole di ossigeno in meno.

Non è stato affatto facile per me scegliere una poesia tra le tante scritte da Antonella. Ci sono molte di queste in grado di stimolare l’immaginario del lettore e tutte, o comunque molte di esse, hanno quella capacità di andare a fondo nelle viscere dell’umano, di eradicarti dalle vene quel sangue e quel calore che costantemente l’autrice sembra evocare. In ogni sua poesia è presente qualcosa di sensuale e attraente dalle quali è difficile rimanere indifferenti.
Ho voluto scegliere questa poesia, “Solstizio”, per il fatto che si discosta un po’ dagli argomenti trattati di solito dalla Lucchini ma, tuttavia, è ben presente “la colonna sonora” che fa da sottofondo al suo stile tipico che ho brevemente enunciato nelle righe precedenti.
Mi sembra ben chiaro, e non c’è bisogno di sottolinearlo, che l’argomento di questa bella poesia sia l’inizio dell’estate la quale ci porta in una dimensione di grandi novità, cambiamenti, trasformazioni e non è difficile cogliere una metafora che ha poco che fare con la stagione estiva. E quindi, questo nuovo inizio, a chi è dedicato? Si potrebbe ipotizzare alla nascita di una nuova donna, finalmente liberata dai legacci che la tengono ancorata ancora ad uno stereotipo femminile che è emerso nelle ultime decadi del nostro periodo storico. Se prima dell’avvento del femminismo la donna era vista, se non in pochi casi, complementare e accessoria all’uomo, successivamente, con l’auspicata e benefica presa di coscienza della donna, non sembra che tale evento le abbia davvero restituito ciò che di intimo e particolare ha da portare nel suo universo esperienziale. E’ per questo motivo che, se con il femminismo doveva esserci emancipazione, questa sembra essere stata una emancipazione monca o comunque parzialmente mancata. In effetti, a mio avviso, la donna ha guadagnato da una parte e ha perso però dall’altra. Ma cosa è che ha perso oggi la donna?
In gran parte di esse la femminilità: la voglia e l’orgoglio di appartenere ad un genere che avrebbe molto da dire e da dare all’umanità. C’è in lei un sentire e un esperire il mondo da un osservatorio completamento diverso da quello dell’uomo, un uragano di emozioni ancora sotto il vento e l’influsso degli stereotipi maschili, una voglia di essere donna attraverso l’espressione delle proprie emozioni ma che tuttavia ancora oggi si esprime il più delle volte attraverso canoni e voleri maschili. Così, ancora oggi, vediamo veline di ogni genere sculettare nelle trasmissioni televisive e per strada o, di contro, alla nascita della donna-uomo la quale ha assorbito le caratteristiche del maschio perdendo però gran parte della sua natura particolare.
Una piccola digressione: non vedo come male assoluto lo “sculettamento” delle ragazze nelle trasmissioni televisive. E’ male, almeno secondo il mio parere, quando questo avviene secondo il volere del mercato della compensazione maschile, il quale vorrebbe sempre la donna bambina, disponibile, fruibile, sottomessa o quant’altro.
Quello che intravedo invece nella poesia di Antonella è un ritorno ad una femminilità fatta di accoglienza, sensibilità, empatia, collaborazione, sensualità le quali, seppur presenti nell’uomo, sembrano essere più tratti tipici femminili proprio per la capacità che solo loro hanno di accogliere la vita nel grembo. Mi sembra comunque chiaro che queste caratteristiche, non ledano assolutamente l’immagine di una donna forte e in grado di portare avanti con orgoglio i suoi diritti.
Sottolineo infine questo passo della poesia che ci indica quale sia la “ricetta” per giungere finalmente all’individuazione dell’essere donna:
“E’ il momento della nostra nudità
più nuda
quando una mano può passarti attraverso
e stringere di te tutto
e il dolore
si smantella in due molecole di ossigeno in meno.”

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Massimiliano Moresco

Ho iniziato a scrivere poesie nel 2012. Prima non avrei sognato mai di dedicarmi a questa forma di espressione, in quanto preferivo altre forme di comunicazione. Tuttavia, come una specie di folgorazione, dopo aver riletto lo Zarathustra di Nietzsche e il libro Rosso di Jung, ho sentito l'esigenza, direi quasi maieutica, di tirare fuori il mondo sottostante alla coscienza. Quel famoso mondo inconscio, irrazionale, magmatico, il quale se non collocato sotto la luce del sole razionale, rischia di possederti.
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