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aspettami all’incrocio. Il tempo di rubare un altro pesciolino alla memoria di mio nonno
ch’ebbe al posto del naso una pinna e scribacchiò qualche canzone sociale.
Lui che stirava colletti.
Aspettami all’angolo dove comincia la statale e si perde la voce del mare
adesso che l’inverno ha tutto l’inverno davanti
e le parole già tremano dal freddo.
Aspettami ieri.
Davanti al tabacchi di Luciano
dopo la curva che ti ha fatta bella la discesa dei campi
quando il treno alzava il vento e i filari saltavano da una memoria all’altra posandosi
nel cavo minuscolo oratorio di settembre,
dietro la scuola di cucito per cucirti addosso l’aspro odore del vino,
la direzione dell’acqua che stagna,
il torto indecente d’una stella persa.
Aspettami.
Verrò con gli occhi posati e una valigia d’aria intatta,
come un cane che torna ad essere cane,
per respirarti dal naso, calmo l’inganno delle tue lanterne idiote,
per esser sempre il bambino che correva a mezzanotte i campetti di calcio
dove non cresce l’erba e i pesci saltano dalle pozzanghere
calmo l’abbrivio ai camposanti tutti,
nel piatto d’uovo dorato levato alle credenze invane,
per giorni e giorni di cinema muto una mimica gioia di trattenerti
nella parte illesa del cuore,
verrò, senza riparo, quando sarà l’autunno
l’ultima menzogna
e tu la cieca lettera che mi indovina.

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