Ugo Norrea, Il kebabbaro | Extemporanea

Pausa pranzo.
Mi reco dal solito kebabbaro.
Ma di fianco, a 3 metri e mezzo di distanza, hanno aperto un altro kebabbaro.
Identico.
Anche i turchi che ci lavorano dentro, uguali, magliette bianche, ascelle all’afrore di frollatura, vaghi ricordi di acne pre-puberale.
I menù, uguali.
I panini, gli arrotolati, uguali.
Una realtà sdoppiata, un’interferenza nel fluire dello spazio-tempo.
Mi siedo nel dehor, uguale, e dentro, nell’intimo, mi si spezza qualcosa.
“È questa la vita, un affastellarsi di immagini sdoppiate, di sequenze già vissute che rimbalzano nella memoria come la pallina di un flipper?”, mi domando, sgargarozzando una Peroni.
Dalla soglia del locale, il kebabbaro dell’acne mi abbaia: “Caro, metto tuto, scipola, picante?”
E dalla soglia dell’altro kebabbaro, uguale, il kebabbaro dell’acne mi abbaia: “Caro, metto tuto, scipola, picante?”
“Metti tutto, metti tutto!” sbraito, mentre la mente tartaglia e il fondo semisgasato della Peroni percorre il mio organismo con lentezza, disperdendo dal fondo della gola sentori di Old Holborn e amarezza.
Sollevo lo sguardo. Nell’altro dehor, identico, siede una figura di spalle. Beve Peroni, fuma Old Holborn.
Mi ci vuole qualche momento per riconoscerlo, riconoscermi.
I capelli radi, la linea della testa, gli orecchini, le spalle larghe.
L’infame speculare.
Siede, ritto, dandomi le spalle, e non si muove.
Fuma, e non si muove. Fa sempre così.
Osserva il cielo, il lento avvitarsi di nubi a lente, ed è come se ascoltassimo insieme lo stesso gorgogliante silenzio.
Cosa ci divide? Perché mi dà la schiena?
Nello stesso istante ci vengono serviti gli arrotolati. Con tutto. Scipola, picante, patatine fritte, ricordi d’acne.
E forse la vita è proprio questo, il sottile confine tra farsi mettere la scipola nel kebab o fare un cenno di diniego al kebabbaro, rattristandolo, “no, niente cipolla, amico turco dall’ascella sbarazzina, grazie”.
Azzanno l’arrotolato.
È buono. Molto.
Osservo il mio doppio sotto l’altro dehor, per un attimo si volta a guardarmi, il mento sporco di salsa allo yogurt e scipola: sorride.
Denti come zanne.
Dei passerotti saltellano sul bitume, cercando briciole come fossero pepite. Li osservo a lungo. Trattengo un rutto. Non voglio rovinare la poesia del momento.
Poi dall’interno del locale un napoletano grida: “Teng’ na cazz e fame, ce mangiamm tutt cose, pure i ragn’!”
Serro le palpebre.
Le riapro; il doppelganger se n’è andato, non c’è più. Di lui restano una Peroni vuota, un dehor deserto, mozziconi d’Old Holborn, tovaglioli intrisi di salse e saliva.
Mi chiedo quando ritornerà.
Torna sempre.
Cerco di non pensarci.
Lascio cadere briciole per i passeri smunti, e non so ricordare se sono mai stato così felice.

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