Una fiaba di Lodovica San Guedoro in memoria di Johann Lerchenwald

Jorinde e Joringel

Fiaba dei fratelli Grimm che trapassa in un sogno fatto la prima notte che trascorsi da sola, dopo che mio marito era stato inghiottito tra i muri di un ospedale. Nella sua magnifica, orgogliosa, splendida testa era spuntato un tumore. E quel tumore era incontestabilmente maligno.

Tutto iniziò nella malefica estate del 2022.

Di lui è rimasta soltanto un’urna.

Nel cuore di una foresta grande e fitta, c’era una volta un vecchio castello; e là, sola sola, abitava una vecchia, potentissima strega. Di giorno ella si trasformava in gatto o civetta, ma di sera riprendeva regolarmente la sua figura umana. Sapeva attirare la selvaggina e gli uccelli, e poi li uccideva e li cuoceva lessi e arrostiti. Chi arrivava a cento passi dal castello, doveva fermarsi e non poteva muoversi più, finch’ella non lo liberava; ma, se un vergine entrava in quel cerchio, la strega lo trasformava in uccello, poi lo chiudeva in una gabbia, che portava in una delle sue stanze. Nel castello ne aveva ben settemila di tali gabbie con uccelli così rari.

E c’era un vergine, che si chiamava Joringel ed era più bello di tutti gli altri fanciulli. Egli e una bellissima giovane, di nome Jorinde, erano promessi sposi. Le nozze erano vicine, e l’uno trovava nell’altro la sua più grande gioia. Per potersi una volta parlare in confidenza, andarono a spasso nel bosco.

Bada,” disse la giovane, “di non avvicinarti tanto al castello”.

Era un bel tramonto: il sole brillava fra i tronchi degli alberi, chiaro nel verde cupo del bosco; e la tortora gemeva sulle vecchie betulle.

Ogni tanto Joringel si fermava al sole e si lamentava, e così Jorinde. Erano sgomenti, quasi dovessero morire; si guardarono intorno: s’erano smarriti e non sapevan trovare la via di casa.

Il sole era già calato per metà dietro il monte. La giovane guardò fra i cespugli e vide lì accanto le vecchie mura del castello; nell’ansia mortale, inorridì. Joringel cantava:

L’uccello mio dall’anellino rosso,

ahi, quanti lai vi canta e mala sorte!

Alla colomba canta la sua morte,

ahi, quanti lai! Chiù, chiù, chiù.

Jorinde lo guardò: Joringel era diventato un usignolo e cantava “chiù, chiù. Una civetta dagli occhi infocati volò tre volte intorno a lui e per tre volte gridò “sciù, uh,uh, uh”.

Jorinde era là impietrita e non poteva piangere, né parlare, né muover la mano o il piede.

Ora il sole era tramontato: la civetta volò in un arbusto, e subito dopo ne uscì una vecchia tutta curva, gialla e stecchita; occhiacci rossi e naso adunco, che toccava il mento con la punta. Borbottò qualcosa, prese in mano l’usignolo e lo portò via.

Jorinde non poteva né parlare né muoversi; l’usignolo era scomparso.

Finalmente tornò la donna e disse con voce cupa:

Salute, Zachiele; quando la luna splende nel cerfoglio, sciogli, Zachiele, alla buon’ora”.

E Jorinde fu libera. Cadde alle ginocchia della donna e la pregò di voler renderle il suo Joringel; ma ella disse che non l’avrebbe avuto mai più e se ne andò.

Jorinde gridò, pianse, singhiozzò, si lamentò, ma invano. “Oh, che sarà di me?”

Jorinde corse via senza sapere dove correva, cieca dal dolore. I rami bassi degli alberi le frustavano il viso, le spine degli arbusti le strappavano le vesti e le entravano nella carne…

Era tutta insanguinata, quando giunse infine in vista di un casolare. La contadina, una donna piccola e tarchiata, sembrava aspettarla sull’uscio, ma non la salutò né accennò un sorriso né ebbe un piccolo bagliore negli occhi. La condusse muta e impassibile, attraverso una porta, in una stanza piccolissima situata in fondo alla casa. A destra e sinistra, sotto la luce artificiale, si pigiavano dietro muri bianchi enormi groppe di tori (di loro non si vedevano che le groppe); e non si sa come, giacché tra quei muri non sarebbe potuto passarci un filo di seta, ci passarono in mezzo.

Jorinde, passando tra quei due muri, non aveva sentito più niente, né paura, né dolore, né stupore: aveva negli occhi solo le enormi groppe dei tori.

Quando sbucarono fuori, erano in una vasta pianura brulla. Mentre andava dietro alla contadina, capitò che Jorinde posasse a un tratto lo sguardo sull’orizzonte e, uno qua uno là, vide allora tanti tori liberi, che pascolavano assorti in lontananza.

L’unico rifugio possibile per loro era una cabina telefonica, isolata al centro della pianura deserta. Attraversarono in fretta lo spazio scoperto, e si misero al sicuro là dentro. Ma poi, dopo averla portata fin là, su quella pianura infida e deserta, trascorso nemmeno un minuto, la donna uscì dalla cabina e se ne andò per conto suo. Se ne andò senza dire una parola, abbandonandola alla sua sorte…

Jorinde era sbigottita.

E ancor più, paralizzata dal terrore. Si era accorta che i vetri della cabina, con i loro telai, erano divelti e pendevano per sghembo come stracci, anche la porta. Il cuore le scese in petto. Non era affatto un riparo, quello!, ella era esposta da tutti i lati ai tori, era consegnata senza protezione alla loro furia cieca.

Ma il pensiero di riattraversare la pianura, per mettersi in salvo nel casolare, la gelava.

E Jorinde, sentendosi spezzare il cuore, si svegliò.

Il petto e la gola erano bagnati di sudore freddo.

Dov’era Joringel? Ah, non c’era più! Jorinde ricordò di colpo quello che era successo il giorno prima… Ah, dov’era Joringel? Era morto? Jorinde sentì lo stomaco contrarsi tutto in un pugno e ruppe in singhiozzi. “Ah, che dolore! Ah, che dolore! Ah, che dolore! Vorrei morire, morire subito!”

Quando sente un pallido sussurro, un che smorzato dal vento…

Si arresta e si volge.

È qualcuno che piange o si lamenta. Viene da questa fonte.

E Jorinde scorge nell’acqua chiara fluttuare delicatamente il viso di Joringel!, bello come un arcangelo, più bello!, i lunghi capelli d’oro ondulati che fluttuano anch’essi impalpabilmente, soavi.

Ma ha gli occhi chiusi! Pare addormentato di un sonno profondo.

O è morto?

Jorinde tende impetuosamente le mani verso il viso di Joringel, e Joringel immediatamente sparisce.

Jorinde scoppia in un pianto nero e disperato. “Che dolore, ahi, che dolore!”

Non c’è nessuno che le dica dove sta Joringel e cosa gli è successo, se è vivo o se è morto. “Mi sento morire anch’io, senza Joringel sono morta!”

LODOVICA SAN GUEDORO

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