Venticinque

Ti sarai acceso l’unico sigaro dell’anno

e io avrò fatto due tiri

avrò guardato il bordo della foglia di tabacco

illuminarsi di un tramonto ubriachissimo

ti sarai concesso il tuo addio a quarant’anni di fumo

che sono macchine rovinate nella piazzetta

e nonna che t’alzava per i polsi

e i segni dei suoi denti con un grande

bulbo oculare piantato sui pezzi di pane e acqua

negli angoli delle puttane

ti sarai steso magrissimo con le costole appuntite

sotto le coperte per farti mezz’ora di sonno in più

per poi cominciare a correre sotto un’enorme pioggia sconosciuta

e la piuma dei bersaglieri che ora tengo tra le mie penne finite

e Adele sul tuo petto a due anni, con le manate degli spettri sopra al muro finto

della prima casa mai comprata

e la fuga in piena notte,

si sarà messo a pisciare davanti a tutti con una vergogna di orgoglio segreto, Birillo,

e avrà cercato di mordere qualcosa con gli occhi vitrei

e io lo avrò accarezzato, Sei proprio diventato vecchio, amico mio

avrò giocato a carte con uno strano senso di nausea e sesso invisibile sulle dita

e i fuochi delle sei del mattino mi avranno resa purpurea e china sopra Baudelaire

per cercare sempre il mio interminabile e assoluto Kief, che tengo tra le mani

-con le sue spalle e la sua carne e la meravigliosa poesia del banale e dell’originale-

avrò toccato il mio stomaco pienissimo e bevuto un litro d’acqua e buttato via proprio niente

e col fumo del sigaro per tutta la cucina -aperto e modesto come i Mangiatori di patate-

saremo stati poveri e ricchissimi

e io avrò fatto due tiri

avrò guardato il bordo della foglia di tabacco

illuminarsi di un tramonto ubriachissimo

e sarà stato Natale,

senza nessun Cristo da far nascere.

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Veronica Falco

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