Vincenzo Cardarelli / Caffè letterario

Estiva

Distesa estate,
stagione dei densi climi
dei grandi mattini
dell’ albe senza rumore
– ci si risveglia come in un acquario –
dei giorni identici, astrali,
stagione la meno dolente
d’oscuramenti e di crisi,
felicità degli spazi,
nessuna promessa terrena
può dare pace al mio cuore
quanto la certezza di sole
che dal tuo cielo trabocca,
stagione estrema, che cadi
prostrata in riposi enormi,
dai oro ai più vasti sogni,
stagione che porti la luce
a distendere il tempo
di là dai confini del giorno,
e sembri mettere a volte
nell’ordine che procede
qualche cadenza dell’indugio eterno.
*

Ottobre

Un tempo, era d’estate,
era a quel fuoco, a quegli ardori,
che si destava la mia fantasia.
Inclino adesso all’autunno
dal colore che inebria,
amo la stanca stagione
che ha già vendemmiato.
Niente più mi somiglia,
nulla più mi consola,
di quest’aria che odora
di mosto e di vino,
di questo vecchio sole ottobrino
che splende sulla vigne saccheggiate.

Sole d’autunno inatteso,
che splendi come in un di là,
con tenera perdizione
e vagabonda felicità,
tu ci trovi fiaccati,
vòlti al peggio e la morte nell’anima.
Ecco perché ci piaci,
vago sole superstite
che non sai dirci addio,
tornando ogni mattina
come un nuovo miracolo,
tanto più bello quanto più t’inoltri
e sei lì per spirare.
E di queste incredibili giornate
vai componendo la tua stagione
ch’è tutta una dolcissima agonia.
*

Passato

I ricordi, queste ombre troppo lunghe
del nostro breve corpo,
questo strascico di morte
che noi lasciamo vivendo,
i lugubri e durevoli ricordi,
eccoli già apparire:
melanconici e muti
fantasmi agitati da un vento funebre.
E tu non sei più che un ricordo.
Sei trapassata nella mia memoria.
Ora sì, posso dire
che m’appartieni
e qualche cosa fra di noi è accaduto
irrevocabilmente.
Tutto finì, così rapido!
Precipitoso e lieve
il tempo ci raggiunse.
Di fuggevoli istanti ordì una storia
ben chiusa e triste.
Dovevamo saperlo che l’amore
brucia la vita e fa volare il tempo.
*

Gabbiani

Non so dove i gabbiani abbiano il nido,
ove trovino pace.
Io son come loro
in perpetuo volo.
La vita la sfioro
com’essi l’acqua ad acciuffare il cibo.
E come forse anch’essi amo la quiete,
la gran quiete marina,
ma il mio destino è vivere
balenando in burrasca.
*

Largo serale

È l’ora dei crepuscoli estivi –
quando il giorno pellegrino
si ferma e cade estenuato.
Dolcezza e meraviglia di queste ore!
Qualunque volto apparisse in questa luce
sarebbe d’oro.
I riflessi di raso degli abitati sul lago.
Dolce fermezza di queste chiome
d’alberi sotto i miei occhi!
Alberi della montagna italiana.
Di paese in paese
gli orologi si cantano l’ora
percuotendosi a lungo nella valle
come tocchi d’organo gravi.

Poi più tardi nella festa notturna,
la lentezza dei suoni dura ancora…
*

Autunno

Autunno. Già lo sentimmo venire
nel vento d’agosto,
nelle pioggie di settembre
torrenziali e piangenti
e un brivido percorse la terra
che ora, nuda e triste,
accoglie un sole smarrito.
Ora che passa e declina,
in quest’autunno che incede
con lentezza indicibile,
il miglior tempo della nostra vita
e lungamente ci dice addio.

(Da Poesie, Milano, Mondadori, 1942)

Vincenzo Cardarelli (pseudonimo di Nazareno Caldarelli) nasce a Corneto Tarquinia nel 1887. Dopo un’ infanzia triste e solitaria, resa ancor più difficile da una menomazione al braccio e dalla mancanza della madre, si trasferisce a Roma e inizia la carriera giornalistica, dapprima come correttore di bozze e successivamente come redattore. In lui, fin da giovanissimo, talento e profondità compensano una formazione discontinua e prevalentemente da autodidatta. Nel corso della sua vita collabora con diverse testate, fra cui La Voce, Il Resto del Carlino, Il Tempo, Lirica, Tevere. Nel 1919 è tra i fondatori della rivista La Ronda. Oltre che di articoli, è autore di prose e poesie. Nel suo stile, cui è stato spesso attribuita la fondazione di un nuovo “classicismo”, influiscono fortemente Baudelaire, Nietzsche, Pascal e soprattutto Leopardi, a cui viene paragonato per carattere e sensibilità. Da questi autori, Cardarelli impara ad esprimere il proprio mondo interiore con grande compostezza, senza trasgressioni o esaltazioni spirituali. Appartato e schivo, nei suoi versi dà voce ad una dolente inquietudine, in un continuo dialogo con sé stesso. La sua è soprattutto una poesia di ricordi, di passato, di impressioni d’ogni tipo (paesaggi, animali, persone, stati d’animo) rievocate in un linguaggio discorsivo, lineare e allo stesso tempo impetuoso e vibrante. Muore a Roma nel 1959. Tra i suoi scritti più celebri si ricordano Prologhi (1916), Viaggi nel tempo (1920), Villa Tarantola (1948, Premio Strega) e Poesie (1936, 1942,1954,1958).

(Immagine: Marina, di Ottone Rosai, 1955)

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