Dizionario psicologico di un ventunenne con nessuna rissa né precedenti alle spalle

malinconìa (o melanconìa; ant. maninconìa, melancolìa) s. f. [lat. tardo melancholĭa, gr. μελαγχολία, comp. di μέλας «nero» e χολή «bile», propr. «bile nera»; cfr. atrabile]. –
1. a. ant. Nella medicina ippocratica, uno dei quattro umori (umor nero) che costituiscono la natura del corpo umano e ne determinano l’equilibrio organico (dottrina accolta da tutta la medicina antica e trasmessa fino al Rinascimento): quando quello omore che si chiama melanconia sovrastà agli altri, il quale è freddo e secco come la terra, allora si sognano cose paurose e triste (Passavanti). b. Stato d’animo tetro, depresso e accidioso e insieme meditativo e contemplativo, occasionale o abituale, che era attribuito al prevalere di quell’umore rispetto agli altri nella struttura organica dell’individuo (anche dopo abbandonata la teoria fisiologica dei quattro umori il termine ha conservato il suo sign. originario): lasciarsi prendere dalla m.; cupa, nera m.; anche, intimo e profondo dispiacere per desiderio inappagato: o per m. che il falcone aver non potea o per la ’nfermità … di questa vita passò (Boccaccio). c. In epoca più recente, spec. per influsso romantico, mestizia vaga e rassegnata, dolore raccolto e intimo: dolce, soave m.; M., ninfa gentile (Pindemonte); La mia Vita si gonfia di m. (Penna); la contenuta m. della poesia leopardiana. d. Noia, fastidio, uggia: che m. questa pioggia!; era proprio una m. starlo a sentire.
2. Pensiero, avvenimento, ricordo che rende tristi, depressi e sim.: via queste malinconie!; talvolta mi passano per il capo certe malinconie…
3. Nel linguaggio medico, è forma meno com. di melancolia o melanconia, come malattia psichica.

Sei felice? C’è ancora abbastanza luce da non poter dormire e permettere agli alberi di digerire le costole sepolte nel sottosuolo, poco sopra le falde acquifere e il petrolio. Ci pensano le sedie, usate da Vandali, Goti e Unni, a fissare il telone grigio che copre le nuvole. Il sudore versato direttamente dalla fronte in un bicchierino di plastica, è l’accompagnamento adeguato alle insalate avvolte nella plastica e legate da nastrini verdi, per farle sembrare meno false e più vivaci. Un vuoto che crea vuoto si è impossessato degli occhi anoressici e cosa puoi farci se i tatuaggi e le cicatrici non si levano nemmeno con gli acidi più sconosciuti e cosa puoi farci se puoi fingere di saper dipingere con la lingua e le lettere, lasciando gli altri a tingersi i colli nell’attesa di un tuo movimento. Capirci è così impossibile che in Manciuria dicono abbiano inventato dei disegni per queste nuove lingue nostre, grattate e squamose come la pelle di quel serpente che confondi sempre con un millepiedi africano quasi del tutto estinto. Anche ritornare a contare con tutte le dita della mano è diventato impossibile, i quattro mignoli sono cemento armato sul vomito e sul vomito ci si butta il pangrattato per offrire un pasto nutriente agli uccellini del bosco affollato da orchi e uomini, spettatori ammanettati del procedere lento dei prati e dei giardini all’inglese recintati come gabbie per criceti. L’ossessione può essere solo un urlo nudo di fronte ad uno specchio graffiato. Ormai è tardi e allora guariscimi, guariscimi almeno tu che sai bene come si concilia il sonno ai bambini viziati assassini della rivoluzione certificata dai rivoluzionari. Non l’ho fatto io questo casino. Non io.

séte (ant. o dial. séta) s. f. [lat. sĭtis]. –
1. Sensazione del bisogno di ingerire acqua che si manifesta con un senso di secchezza delle mucose del cavo faringeo: avere, sentire s.; È che il mondo non sa distinguere fra chi beve per scientiam e chi per s. banale, o addirittura per vizio (Gianni Brera); una s. ardente, insopportabile; soffrire la s., iperb. morire di sete. Per estens., con riferimento a organismi vegetali o cose inanimate, bisogno di acqua: le piante hanno s., bisogna annaffiarle; speriamo che piova presto, il terreno ha sete.
2. fig. Brama, desiderio ardente: avere s. di onori, di gloria, di ricchezze; avere s. di giustizia; s. di vendetta, di sangue; La sete natural che mai non sazia (Dante), l’insaziabile brama del conoscere; Non era ancor la scelerata sete Del crudel oro entrata nel bel mondo (Poliziano).

Come le bandane si stringono alla testa, si stringe la trachea insabbiata. Servono pomodori geneticamente omologati e cipolle colorate con acquerelli per levarsi dalla gola il sapore unico della saliva ammuffita. Non esiste altro luogo nell’universo, che conosca vita così enormemente malvagia e obesa di voglie e dolori e codardie e carneficine. Il corpo fresco e trasparente scivola monotono e salato sulle rive difese da giganti illuminanti. Ho cercato un paio di forbici per poter cavare fuori da una ferita il vero oro, ma ho trovato solo due mani, appese contro un muro, esposte in un museo come simbolo divino della nostra civiltà di pirati e marinai. Si creano faglie sulle labbra, quando il sole diventa il nemico da annientare, con una guerra atomica persa in partenza. Solo il piscio potrebbe inumidire e placare i movimenti tellurici del diaframma, ma i reni sono diventati Moai monolitici e fissano l’arido orizzonte mentre filtrano la loro stessa consistenza, sgretolandosi. E anche il sangue si ferma dopo tre albe di luna, si diventa prima polvere e poi vapore, infine niente, niente da cui ripartire.

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