Il venerdì del villaggio

Vimercate, provincia di Monza e Brianza, gennaio 2013

Simone Bastianoni, di quarantacinque anni, affrontava il suo venerdì di finta malattia affondando sempre più sul suo divano. Sarebbe andato dal dottore nel pomeriggio e gli avrebbe fatto la sceneggiata della borsite al ginocchio sinistro. La speranza era sempre che il dottore, con un estremo atto di clemenza, gli regalasse una settimana di vacanza. La realtà era che il vecchio dottor Viviano si limitava per la maggior parte delle volte a coprirgli i venerdì.
Non si poteva dire che i piani di Simone fossero tra i più interessanti o stravaganti. Infatti, per inaugurare il fine settimana allungato, indossava la maglietta più sporca che aveva a disposizione, si toglieva i pantaloni e girava per casa con le mutande bianche, decorate da un alone giallognolo al centro, e i calzini neri. Così come un marinaio indossa la sua divisa, lui aveva la sua. Faceva parte dell’esercito televisivo.
Quel venerdì di gennaio si svegliò alle 10.30. Si lasciò nel letto a riflettere su come avrebbe potuto fare per trovare una compagna alla sua età, ma soprattutto come avrebbe potuto fare dovendo affrontare la sua grande timidezza, ma soprattutto come avrebbe potuto conciliare le sue abitudini da rozzo uomo delle caverne con la dolcezza d’una donna fatata, ma soprattutto come avrebbe potuto mai una donna amare Simone Bastianoni e il suo porro marrone sulla punta del naso. Giunse a conclusione che doveva farselo togliere, per poi ripensarci dicendosi che era un suo tratto caratteristico, nascondendo a sé stesso la paura dell’intervento. Si alzò alle 11.19, quando la madre lo chiamò al cellulare per chiedergli di cosa aveva bisogno visto che stava andando a fare la spesa. Simone, intontito, rispose con un sempre convincente: «Fai tu».
Prese una tazza verde marcio dell’Ikea e la riempì a metà di latte, facendo poi scendere una cascata di palline di riso soffiato al cioccolato, annegandole con il cucchiaio nel liquido bianco. La prima cucchiaiata era piena di quelle palline che da piccolo gli ricordavano la “cacca dei conigli” e che si divertiva a mangiare. Mentre masticava rumorosamente e pezzettini di sbobba marrone gli uscivano dalla bocca, prese in mano il telecomando e ne schiacciò il pulsante rosso. Il suo televisore Samsung LED da 60”, montato sulla parete rossa, con possibilità di visione 3D e lettore USB, dal colore argento, Full HD, si accese. Così come “Dio disse sia fatta la luce e luce fu”, la stanza passò dal buio parziale, all’illuminazione artificiale del teleschermo. Simone Bastianoni oltre alla borsite al ginocchio sinistro era sordo o forse aveva le orecchie intasate dal cerume, alzò quindi il volume a 52, per lui ragionevole, ma per la Signora Brighi, del piano di sopra, casalinga di trentanove anni, non era così, tanto che fu costretta a scendere con i bigodini rosa piazzati fra i capelli a chiedere al vicino di pavimento di abbassare il volume. Bastianoni impaurito com’era dalle donne che non fossero sua madre o le vecchie rugose amiche di quella, chiese immediatamente scusa alla signora e corse ad abbassare il volume, allenandosi nella lettura delle labbra di Davide Mengacci. Proprio in quegli istanti, mentre ormai nella tazza verde marcio dell’Ikea era rimasta una sola pallina superstite nel lago di latte, successe l’inaspettato. Bastianoni alzò il volume ad un livello decente per la convivenza civile. Era incuriosito dai gesti di Mengacci che sembrava alterato. Il consueto pubblico alle sue spalle lo guardava come fosse un pazzo e il suo ospite, il buon Signor Bolzoni, intento a spiegargli, sulle rive del Garda, la ricetta tipica della zona, gli “spaghetti alle molche”. Il Mengacci, era diventato rosso in volto e furente diceva:
«Ma che cosa cazzo continua a fare anche lei! Cameraman, cameraman, la smetta di inquadrarmi, mi sono rotto, anni e anni e non ci guarda più nessuno, ancora qua a fare questa roba e lei con ‘sta pasta alle molche, che sono le molche? Che sono? Che mi frega delle molche? Non mi risponda! Mario, Mario dalla regia, ma ci sta guardando qualcuno o siamo proprio nella merda? Mario! Uno? Uno? Uno?! Solo uno ci guarda? Davvero? E chi è? Sarà una vecchia cieca-sordo-muta o uno che gli si è inceppata la televisione, uno? Ma davvero facciamo così cagare?».
Simone era basito, lui era il solo in tutta Italia a guardare la sfuriata di Mengacci. Gli cadde la preziosa tazza verde marcio dell’Ikea dalle mani e il rumore forte del suo rompersi in diciassette pezzi lo risvegliò come da un sogno. Mentre con una paletta rosa recuperava i residui della ormai defunta tazza sentiva in sottofondo la follia del Mengacci. Quando alzò lo sguardo lo vide intento ad avvicinarsi alla telecamera, il cameraman si spostava all’indietro, ma Mengacci lo bloccò per un braccio e guardò fisso dentro l’obiettivo con il classico ghigno che Simone aveva sempre mentalmente attribuito a una parziale paralisi, disse «Eccoti!». Mengacci stava uscendo dalla televisione, col suo grembiule blu e le sue piccole e impalpabili lentiggini. Davide Mengacci, il poeta delle ricette digeribili in cinque giorni e quattro notti, era come stato partorito dalla televisione e si ritrovava bagnaticcio nel salotto di Simone Bastianoni. Mengacci si avvicinò minaccioso a Simone che non riusciva a produrre neanche un solo pensiero. Quando si ritrovarono faccia a faccia Simone aveva la bocca aperta, come un bambino di fronte al suo calciatore preferito o come un tossico in discoteca. Mengacci mosse la testa e lasciò uscire le lacrime, si aggrappò al collo di Simone, il quale cercò di tenerlo in piedi. Simone fece sedere Mengacci sul suo divano pieno di residui di patatine, gli preparò una tisana rilassante e porgendogliela si sedette al suo fianco. Mengacci si scusò e iniziò a spiegare la sua reazione:
«Vedi, ragazzo, io non ci riesco più, neanche le casalinghe mi guardano più e non so cosa fare, non so cosa fare, tu perché mi stavi guardando?». Simone non disse a Mengacci che aveva appena acceso la televisione e la sera prima sullo stesso canale avevano fatto vedere Zanna Bianca, in fondo gli faceva pena il povero Mengacci.
«Perché mi piace il modo che ha di rivolgersi al pubblico, con le ricette di una volta, ecco forse è questo il suo problema Sign. Mengacci» disse Simone.
«Sarebbe a dire?»
«Forse il suo format è un po’ superato, ormai anche le signore anziane sono interessate ad altre cose ad altre ricette, sono più innovative le anziane di oggi, devono stare anche loro al passo coi tempi, dovrebbe magari prendere altri spunti culinari»
«Ad esempio, cosa mi consiglieresti?»
«Beh, direi, beh, direi… beh, direi che la cucina giapponese va forte ultimamente»
«Ma che cucina giapponese, dai guardami!»
«Cinese?»
«Ma sii serio!»
«Vegana?»
«E che è?»
«Eh… forse è il suo personaggio che non funziona più e non la sua cucina»
«E come dovrei essere, come? Come posso fare a tornare ad essere quello di una volta, amato dal pubblico? Ricordo che mi fermavano per strada i bambini! I bambini mi chiedevano gli autografi! Te ne rendi conto Simone? I bambini ora non mi danno neanche il posto sui mezzi!»
«Mi spiace Sign. Mengacci»
«A chi potrei ispirarmi, qual è il modello dei ragazzi d’oggi? Tu mi sembri uno che di televisione ne capisce! Aiutami ti prego»
Saranno state le lacrime di Mengacci, ma Simone si sentiva obbligato a dare una risposta al pover’uomo e come spesso gli accadeva, ne diede una fin troppo affrettata, dicendo il nome della prima persona che vide sullo schermo.
«Beh, direi che un personaggio… un… un personaggio televisivo… molto seguito… molto… mol… molto seguito… anche dai bamb… bambini, può, no, non può, beh, sicuramente è… è…sicuramente è… eh… è… ecco! Ecco! Guardi Sign. Mengacci, ecco! Ecco chi!»
Mengacci mosse il collo in direzione della televisione e la tazza di color azzurro carta da zucchero dell’Ikea della stessa serie di quella verde marcio, si frantumò in quattordici pezzi sul pavimento. Simone corse a prendere la paletta rosa e la riempì con i resti della tazza color azzurro carta da zucchero, con un panno giallo banana asciugò la tisana e il latte di cui si era ricordato sentendo l’improvviso inumidirsi del calzino destro. Mentre gettava i cocci della tazza color azzurro carta da zucchero dell’Ikea, sentì un respiro pesante e dei versi di fatica di due persone, si voltò e vide estendersi una grossa crepa sulla parete, partente proprio dal punto in cui la televisione era stata fissata. Infine un tonfo e il pavimento tremante.
«Dai Davide, dimmi di cosa hai bisogno, velocemente grazie tesoro che devo tornare in trasmissione, ho da fare»
«Ecco, vedi, lui è il Sign. Simone…»
«Bastianoni, è un piacere»
«Piacere mio, Platinette»
«Ecco, Plati, lui dice che tu sei un modello per i giovani e io ho tanto bisogno di riacquisire fiducia, popolarità, visto che neanche le signore di una certa età mi seguono più, sto fallendo Plati e non posso più andare avanti così, lo capisci che mi cacciano?»
«Ma Davide, tu sei un’istituzione della televisione italiana, non puoi fallire!»
«E invece lo sto facendo proprio in questi mesi, lui è l’unico telespettatore che mi rimane!»
«Mi spiace Davide ma non so proprio cosa potrei fare»
«Ma come non lo sai? Non lo sai! Sì che lo sai, dai! Sei una maga della comunicazione! Forse dovrei cambiare ricette o essere meno spontaneo o che ne so, travestirmi da donna come fai tu!»
«Quello è sempre un buon metodo»
Simone non capiva osa stesse accadendo, Davide Mengacci e Platinette si dirigevano verso il suo bagno. Si lavò la faccia per tre volte, ma per tre volte, sbirciando i due nel bagno, vide Platinette intenta a mettere il mascara sulle ciglia di Mengacci. Dopo mezz’ora Mengacci uscì dal bagno presentato in pompa magna da Platinette. Indossava una parrucca rosso fuoco e un vestito leopardato attillato, aveva unghie fucsia finte e rossetto rosa. «Ha trovato la sua anima!» ripeteva Platinette.
Alle 13.24, nel bel mezzo di quel delirio, Simone sentì il campanello suonare. Aprendo la porta vide entrare in casa sua madre con due sacchetti pieni di cibo.
«Le bottiglie d’acqua te le prendi tu però!» disse la madre.
«Mamma, mamma, ma non vedi niente di strano?»
«Sì, sì, il divano è più pulito del solito, bravo tesoro stai imparando»
«Ma no, ma no, non vedi Platinette e Mengacci? Mengacci travestito da donna? Platinette che urla? Non li vedi? Non li vedi?»
La madre lo guardò stranita e dopo avergli dato un bacio sulla guancia lo salutò dicendogli:
«L’ho sempre saputo che eri strano, ma non è questo un buon motivo per rimanere da soli, trovati una donna che ti curi e fatti la barba qualche volta».
Simone si voltò e vide Mengacci felice mentre si gustava gli spaghetti alle molche del Signor Bolzoni.

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