IMPROMPTU SULLA TUA RIVA

Ti odio, lo disse con la parola spiaccicata sul palato a solleticare il respiro d’affanno.

Ti odio, così come sono stato creato, disse al padre, che guardava con occhi veri e ispidi verso il terrazzo blu. I soldi cadevano a fiotti, banconote puzza di bruciato scendevano slittando tra pieghe di costumi aderenti. Shakespeare risposava con il gomito su una pietra e altezzava l’altezzoso non sapere che ho, che possiedo dentro me come un feto originale, puntando il grande dito di cera verso un cimitero indiano appena sotto i piedi del toro bravo.

Corrida, con ghiaccio e limone secco sotto ai denti, per rimuginare su nessuna scelta e una vetta quasi raggiunta. Il torero intrappola aria caldissima tra l’indice e il medio della mano sinistra, le grandi fauci di Gerusalemme lasciano cadere Gesù Cristo da una poltrona di paglia luminosa. Il tovagliolo non sventola così gli sguardi sbigottiti della folla creano un vento freddo e bislungo che elargisce un movimento nevrotico al tovagliolo rosso che, aspetta. Mi avvicino e, aspetta un momento. Aspetta. Il toro viene trascinato per le corna come fosse un sacco di insetti o vermi, intanto io mi immagino defunto e sono così debole oh così debole. Le narici del toro aspirano terriccio, momenti.

Shakespeare si alza e se ne va, oh così prevedibile. Io ho un libro tra le dita, inizia in questo modo:

‘Ti odio, lo disse con la parola spiaccicata sul palato a solleticare il respiro d’affanno.

Ti odio, così come sono stato creato, disse al padre, che guardava con occhi veri e ispidi verso il terrazzo blu.’

Nella stanza accanto qualcuno ride e fluidi corporei macchiano il pavimento a me sconosciuto, mi scollo dall’arena, il torero fa ondeggiare il braccio sinistro, mi accorgo solo ora che il tovagliolo non è altro che un’oblunga macchia di sangue che sta a significare: ancora un po’ e mi avrebbe ucciso.

Otlanka nell’altra stanza con la luce accesa, il televisore a basso volume e sicuramente un laccio emostatico stretto intorno al polso. Otlanka con le viscere verso l’alto in posizione supina aspettando di intrecciarsi con sinonimi e pronomi, tenendo il dizionario sotto le reni per calcare la distanza tra osso sacrale e reti senza materasso.

Gocce d’acqua calda mi scivolano per il viso e sulla sigaretta mentre allungo il labbro inferiore per imboccare il filtro morbido, ho un gran mal di testa e vorrei saltare attraverso una parete inavvertibile fin dentro la tua stanza d’albergo.

Voci, scarpe, rumori che avverto come lucidi e antichi strisciano e saltellano fuori dalla mia porta di legno. Sul tavolo tengo lo scolo di una birra e una matita con la punta spezzata. Ho piegato un foglio su cui avevo provato a disegnare un toro stilizzato: la punta mi si era spezzata a meno di metà e così sono venute fuori soltanto due corna marcatissime.

Giro la chiave nella serratura della mia porta quattro volte e fissando il numero della stanza di Otlanka ,107, faccio strisciare lo schizzo attraverso la sottile fessura impolverata della sua porta.

Ho fatto un sogno macropsiaco la scorsa notte, si può dire macropsiaco?

Io ero alto più o meno due centimetri e vestivo di nero. Il sole bagnava l’arena e il terriccio scricchiolava passivo e rovente sotto ai miei minuscoli piedi. Ero a circa duecento passi dal torero, che risultava gigantesco. Osservavo con ammirazione e paura il suo costume vermiglio percorso da ricami dorati, pacchiani, il suo cazzo gonfio nei calzoncini stretti e sudati. Le palle mi si avvicinavano sempre di più ed erano anch’esse, ovviamente enormi; io facevo qualche passo indietro, il minuscolo cuore che portavo nel petto scoppiava, e iniziavo a sputare sangue e farlo scivolare via da tutti i miei orifizi.

In quel preciso momento vedevo il titanico toro bravo senza vita trascinato via da due uomini nerboruti, bronzei.

Ero così piccolo da poter avvertire la striscia di terra bagnata di saliva e sangue che lasciava il toro morto, come un viale da dover percorrere, e così facevo. Moribondo e oramai anemico mi tenevo il petto e lo stomaco con le braccia tremanti mentre il cuore era divenuto un sacchetto vuoto e floscio che non mi permetteva di provare più alcuna sensazione.

L’ultima immagine è stata quella degli occhi circolari e bruni del toro: morte.

Al risveglio ho ingollato rapidamente diverse gocce di normoc e asciugandomi il velo di sudore sulla fronte, mi è risalito fin dentro la mente, come lava incandescente, il motivo per cui mi trovo qui, a Roma: i funerali di mio padre.

Entro nella tua stanza Otlanka, entro così, rigido, un fulmine, senza rovesciare il mio corpo sul letto, fisso tutti i dettagli che mi sembrano posizionati sotto una lente di ingrandimento, proprio come nel mio sogno: il lampadario in stile gotico il cui secondo braccio a partire da destra è lievemente inclinato verso il basso, una macchia indurita di miele di tarassaco sulla carta da parati bordeaux, Il dizionario a terra, le tue giarrettiere nere che mi metto ad annusare; Non mi do pace, Otlanka. Tu mi guardi ma i tuoi occhi sono piccole scodelle che cercano qualcosa sul mio volto, poi si perdono, i tuoi occhi vuoti Otlanka; Erano vuoti anche con lui? Un uomo basso e barbuto è uscito dalla tua stanza da cui provenivano note di violini, il tuo giradischi che graffia nella mia gola una litania gutturale mi fa piangere.

Piango sul tuo vestito rosso, come se tu fossi il torero, voglio che tu tenga il mio sangue sulla mano sinistra, così provo a strapparmi il cuore.

Tienilo in alto come un trofeo, non ti amo, non appassire.

Tienilo in alto ed io lo guarderò assente e costipato con una voglia di morire che si aggrappa ai miei vestiti.

Non so come sono arrivato qua dentro e tu sei immota come una statua. Indosso la giacca ma senza camicia sotto. Lo sai che è morto?

Lo sai che lui è morto?

Ma cosa importa? Apriti a me come una dionea, lascia che io lambisca i tuoi denti ruvidi, spalanca le tue gambe cedevoli che lasceranno gocciolare urina sul mio mento, morbo di Addison: lascialo colare nelle mie vertebre per smaterializzarle e rendermi il serpente del peccato.

Voglio entrare dentro te con un sospiro malato per plasmare un nido lì dove lui è stato, e chiederti da dove sono nato, e da dove, da dove la mia origo come un fiore da questo stelo rovinato?

Puttana, rughe, collo da gallina.

Quanti anni hai oramai, Otlanka?

Non mi do pace, non mi do pace e se non potrò entrare dentro al tuo ventre rimarrò invisibile, come se non fossi mai stato generato.

Mi sveglio con le gambe intorpidite come se, in un coma profondo, avessi riempito un vaso mentale di incubi dilanianti per molti anni. Un collante di bava inodore mi collega al cuscino che provvederà presto a sputarmi via.

In piedi, nel piccolo bagno a radermi meticolosamente, un’occhiaia più vistosa dell’altra, le labbra gonfie. Ho il vizio o l’abitudine o il disturbo di non ricordare. In piedi, in piedi, sempre rigido e attento come ieri notte, ricordo solo lo stato del mio corpo: un armadio freddo, nuovo, senza anima.

Sono nudo così mi appresto a chiudere bottoni in fretta e furia, bottoni neri dei pantaloni eleganti, bottoni neri della camicia di flanella. Sei morto tre giorni fa, sento l’odore della tua decomposizione filtrarmi nelle ossa come un venticello che rattristisce e rende nervosi. Ho bisogno di qualche goccia di normoc. Mi tiro i capelli all’indietro e decido di non radere la mia barba lievemente incolta. Il mio ventre è liquido, si espande come pelle morta e stanca sul pene che punta verso il basso con un’espressione esasperata.

Spalanco gli occhi di un blu scintillante davanti allo specchio e mi guardo torvamente prima di buttarmi per le strade.

Per tutta la durata della messa ho fissato un fiore giallo di cui ho iniziato a provare grande timore.

Eccomi, pronto a divenire per circa sessanta minuti una larva che slitta in acido di fegato costituzionale, lei è accanto a me, le sue mani ieratiche sono il risultato di uno sfregamento nevrotico tipico di una suora sui sessanta. Sono microscopico confrontato al fiore-monumento che si piega a stelo secco sulla costernazione degli invitati a morte; Mi perdo nella sua ombra scura che copre e raffredda l’intera chiesa.

Mi fai male suora, spostati più in là. Il calice, il cielo colmo di corvi fino ad esplodere fuori da questo cubo di legno dissacrante, ma soprattutto tuo padre. Da quanto tempo è morto, lui?

Mi fai male suora, con la tua testa filamentosa e marcia di preghiere mentre scannerizzi un lembo di pelle chiara che sguscia dai calzini bianchi di un’orientale porca che proprio non so cosa poteva avere a che fare con Lucas.

Tuo padre ti metteva in ginocchio rendendo la tua mente biforcuta al cospetto del suo alito di fogna ferroviaria e bibbia? Il suo affetto lontano, smettila di muovere le dita suora, smettila.

Mi fa pensare a te Lucas, padre,

il pistillo del fiore giallo pulsa come un organo rancido,

io ti penso col pennello in mano mentre dipingevi curvato una piccola chiazza bruna sulla sua rotula sinistra; il pelo di cinghiale indurito, ocra e marrone, la sensazione di pelle bruciata e legna che si infrange sotto ai denti. Brividi.

Tu morto come una poltiglia di sensazione oramai passata, mi fai rabbrividire. Non soffro.

Spostati suora! Dico ad alta voce, gli occhi convulsi e rossastri della folla si conficcano dentro la mia carne come dita malvagie di un’oltretomba piatto, sono così sudato che sento righe umide creare sentieri tra le mie sopracciglia.

Brancolo nel buio con movimenti da piovra,

l’estetica del nero sopra ai muri, oh, c’è da dire che una nube di smog avrebbe generato una reazione meno tossica nei miei poveri polmoni acquatici.

Le strade di Valencia sono arse e silenziose,

è una notte in preda all’eclissi,

falene in mutande guardano straziate e per ore il sole attraversare il magnifico satellite come mostarda lenta scesa in plastica coriacea,

giochi di pressione fanno capolino nel mio cervello confuso che si guarda sopra e sotto poi si stende raccapricciato su uno scoglio.

Arsa e durevole come la preghiera della suora, senza religione alcuna, la grande marea di Valencia con falangi verde oliva schiarisce piccole pietre su cui vorrei assopirmi in eterno.

Letargo d’eclissi, portami là dove io possa smontare pezzo per pezzo l’inizio delle mie scatole oniriche dalle quali oramai non potrei più uscire.

Il giorno e la notte trottano assieme su tacchi da sabato mattina clop clop di cavalli sterilizzati che ingrassano nel mio abbraccio.

No entiender es un mal Alfonsina, ed io mi trovo costretto a ri-sdrucciolare negli abissi: la mia patria esausta o ciò che dovrebbe essere.

La tua dubbiosità, la calma diffidente dei tratti delle tue pennellate, la rispolvero poiché solo in questo modo posso riaverti qui. Il respiro sulla tela bianco zinco prima che lei venisse a galla. E io nato da lei.

La tua gelosia che adesso di certo l’avrà fatta invecchiare, o solo il tempo l’avrà fatta invecchiare in questi tre giorni di lontananza nel tuo viaggio nel fundus dei miei inferi mentali.

Lucas, ti chiamo per nome, Ponme una làmpara en la cabecera, eri furioso per le sue perle che brillavano fra le costole invisibili di tutti gli altri uomini, col tuo cappio dorato intorno al collo.

Era violaceo e giallo nella bara nonostante il trucco, il tuo collo, e il cappio lontano e vicino alle sue gambe. Accanto all’orientale porca lei misurava la propria freddezza col mio delirio, perché sì, la mia mente è sul limine dello sconfinato, con un piede infossato nell’orto botanico in cui un fiore giallo è sbocciato tra luna e sole. Una costelaciòn; la que te guste.

Io da bambino nel cortile circondato da gatti mansueti, rumori di tenera quiete, quest’immagine in contrapposizione al tuo alluce valgo a venti centimetri dalle mattonelle di ceramica. Resta nel mare.

Mi aspettavo fossi qui, ma incontrarti è un’altra cosa, mi dice sorridendo.

Il rossetto mogano rende tetra ogni sua espressione.

Devo andare, faccio io.

Hai paura di me? Mi interroga improvvisamente.

Non di te, del giallo.

Fisso le gambe di Otlanka su tacchi rosso fuoco da sabato mattina mentre si allontanano dalla chiesa. Le condoglianze mi cadono repentine tra le mani e con baci schioccanti sugli zigomi continuo a sentire quel rumore di carrozza nel buio. Clop clop.

Il suo quadro più famoso che maledice la letizia dell’amore puro appeso ad un chiodo nel Vittoriano.

Tutti potranno averla! Urlavi qualche mese fa. I capelli sparsi sulla fronte messi lì da una pazzia dirompente, tutti potranno averla!

E chi ce l’ha mentre clop clop sparisce nei soffi inquinati dei sampietrini?

Nessuno la possiede, Lucas idiota. Aspetti la sua chiamata? Lo sai che lui è morto?

Il tuo quadro più famoso.

L’ho incontrata più avanti, come se avessi seguito la sua scia. Ci siamo seduti su piccoli sgabelli bianchi e nello stesso istante ci siamo immersi in un tepore di calore e leggerezza, ah che sensazione di magnificenza immediatamente rimpiazzata dal senso di angosciosa del sogno che ho fatto in chiesa un decennio fa, o nel primo pomeriggio di oggi. Quello in cui ero una piovra.

Credi che l’abbia tradito, non è vero? Ho visto come mi guardavano tutti in chiesa oggi.

Otlanka, per dio, credi di vivere negli anni venti? E anche se l’avessi tradito?

Io sono di marmo, lei è una candela. Sapessi cosa c’è dietro alle mie tempie Otlanka, se solo tu sapessi.

Si accende in un pianto fiume, secernendo cera dalle ciglia. Espresso bollente sulla mia lingua.

Bisognerebbe non metterci mai lo zucchero nel caffè, dico con tono assente, grattandomi delicatamente la barba.

Hai sempre avuto questo problema o questo disturbo di dimenticare le cose, fa lei.

Non si rende conto che sono una finestra spalancata sul litorale, acqua che entra in me, scirocco notturno che dà vita a onde furiose.

Lui si è suicidato perché ti ha intrappolata in quella tela, le parole fluiscono malleabili come creta, Lo sai, non recitare, non giustificarti.

E allora cos’era quel disegno? Le corna di un toro, come ti viene in mente?

La sua voce cede come un palazzo di mattoni, avverto un intenso odore di calce.

Otlanka…

Chiamami mamma una buona volta, almeno ora che tuo padre è morto.

Otlanka, continuo, mi si era spezzata la punta.

Lei beve il caffè in un solo sorso, poi, con i denti ingialliti si alza e va a pagare. Non sorridere per piacere, non quel colore.

Se ne va senza baciarmi sul volto, io nato da lei.

Ti odio, lo disse con la parola spiaccicata sul palato a solleticare il respiro d’affanno.

Ti odio, così come sono stato creato, disse al padre, che guardava con occhi veri e ispidi verso il terrazzo blu. Interruppe il moto monotono del ventaglio che stringeva per inerzia fra le dita molli e andò a guardare il mare.

Ti odio, ripeté il figlio, raggiungendolo con passi iracondi fino a far riposare i gomiti sulla ringhiera di ferro battuto. Il padre guardava davanti a sé, ed era ricco di un colore purpureo e mediterraneo, ed era sì vivo mentre parlava nella mente della cavernosa fine.

Così stettero in silenzio, era estate, una bellissima donna di nome Otlanka, un’insegnante di lettere, ex adolescente tossicodipendente che amava giocare con pronomi e sinonimi, aveva iniziato a far parte delle loro stanze riempendo di profumi floreali le mattinate d’agosto.

Era sua madre tanto quanto il fitto seppur finto odio funesto del giovane non-eroe di questa storia era rivolto a suo padre. Eppure l’aveva conosciuta solo a vent’anni, e dov’era stata, con le sue gambe affusolate che mai sarebbero divenute decrepite, a detta del padre, dov’era stata, nascosta dai tentacoli tubiformi di un pittore cieco di furore?

Non c’era origine, non c’era nessun alvus.

Ti odio, ripeté per l’ultima volta il figlio al padre, che aveva preso a pensare a Shakespeare.

Dieci anni dopo lungo il filo elettrico di un apparecchio telefonico amaranto il padre aveva sospirato al figlio: lei se n’è andata, ma tu non odiarmi, poi aveva riportato nel presente, con un debole colpo di tosse, il periodo in cui avevano vissuto in Spagna e in cui andavano ad assistere intontiti dal sole all’orrore picassiano, al giro di vita di toros bravos soppressi e trascinati via per le corna verso Guerniche internazionali e sbalorditive per provare dopo a persuadersi dell’inesistenza del male puro e originale ridendo senza misura con le facce su gelati alla menta gocciolanti negli angoli monarchici e insolitamente provinciali di Valencia.

Non odiarmi se l’ho riportata nelle nostre esistenze e ora è voluta scappare di nuovo, disse il padre e, sottile come i piedi di Alfonsina bagnati dall’ultima schiuma, proprio come i suoi ultimi versi, tre giorni prima d’impiccarsi aveva spento il sole con un’eclissi spaventosa, disumana: ah, un encargo, aveva detto con tono canzonatorio, si ella llama nuevemente por teléfono le dices che no insista, que he salido.

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