Nero

Buio.
Assoluto, nero su nero.
Buio che non lascia spazio al nero, all’oscurità.
Buio totale che assorbe ogni sfumatura.
Un buio talmente completo da non negare neanche la vista, un buio non cieco, un buio visibilmente buio, un buio che voleva essere percepito da ogni senso nel suo completo nulla.
E silenzio. Ma il silenzio quando è vissuto non è mai totale.
La ragazza poteva sentire urlare il suo respiro e la sua tachicardia.
Da quanto tempo era lì? Due ore, quattro, venti minuti?
Nell’assoluto nulla il tempo perdeva significato.
Tutto il percepito, l’ipotizzabile, il ragionato perdeva significato.
Tutto tranne i sensi e la paura.
Il buio, alla ragazza, sembrava avere un gusto amaro, acido in punta ma dolciastro e impastato in gola.
Muoveva le sue mani, o meglio le sue dita, piano, sporgendole appena dal resto del suo corpo, appena un po’ più in là di se stessa, verso l’ignoto. Poteva toccare il buio e il buio era denso, pesante, viscoso, ma il suo tocco poteva sentire solo il buio. Allora spaventata ritraeva le dita, si contraeva piccolissima in un abbraccio su se stessa e il buio si popolava di lei. Le sue dita passavano sulle sue spalle, scoprendosi nuda; ricordandosi nuda. Il freddo era percepito al tatto, ma non avrebbe saputo dire se sentisse veramente freddo. Quello che poteva sentire era la sua pelle talmente impietrita da sembrare marmo, se non fosse per la costellazione di brividi che la popolava. Brividi come stelle. Fatta fuori la vista, tutto il visibile era affidato agli altri quattro sensi. Nel silenzio il suo respiro le ricordava di essere viva. E impaurita.
Da quanto tempo era li? Due ore, quattro, venti giorni?
Cercò di distrarre il pensiero e la tensione dedicandosi ad assaporare il pavimento attraverso i suoi piedi. Era sicuramente un pavimento in ceramica. A lei, studente in architettura, quella sensazione liscia, intervallata da prepotenti fughe, profonde come baratri, secondo il tatto dei suoi piedi sensibilizzato dal buio, le ricordava qualcosa. Ritrasse le dita per paura di precipitare tra una mattonella e l’altra e si fece Cenerentola per costringere il suo piedino all’interno dei confini di quelle piastrelle 15 per 15. Pensò, più per raccontarsi qualcosa che per reale congettura, che dovesse essere un pavimento anni ’70. Cominciò a immaginarsi nuda vestale coi fiori tra i capelli, danzando su quel pavimento, sotto l’effetto di un trip da acido. Ma dove erano i mostri, le farfalle giganti, i dinosauri di zucchero filato e dove la musica dei Doors, la chitarra di Hendrix, il graffio soffiato di Janis? E poi la ragione a ricordare che, anche se il pavimento era anni 70 e lei non sapesse se fosse stata lì, nuda e tremante, da 2 ore o vent’anni, oggi era comunque il ventisette marzo duemilatredici. Ritrasse le dita e calzò la sua invisibile scarpetta di cristallo. Tanto in quel buio nessuna mezzanotte poteva aver senso. La scarpetta/piastrella le ricordò ancora del freddo, cominciò a tremare più forte, freddo + ignoto, brividi + angoscia. Il suo ventre si contrasse. I seni instellati dal freddo, si ergevano sodi, spavaldi nella loro gioventù e sparavano fuori i capezzoli turgidi, in avanscoperta.
Il tocco del buio sui suoi bottoncini neri, nero su nero, la impietrì. Sentì, fra le gambe, il suo sesso quasi mordere dall’interno, tanto si era richiuso su se stesso. La morsa fortissima di un’ostrica che si serra improvvisa al primo ondeggiare dell’acqua, proteggendo la sua perla. Al contrario la sua fichetta impaurita, la sua perla l’aveva lasciata fuori. Il clitoride le sporgeva come i capezzoli. Trinità perfetta, piramide mistica nell’assoluto buio. Dovette trattenersi per non urlare alla sensazione fortissima che il buio, così tattilizzato, le generava sulle sue tre gemme. Tutto il piacere che fino a ora, nella sua giovane esperienza o, come pensò subito, nella sua assoluta imperizia era passato per quella Trinità puntiforme, veniva inghiottito dal buio; il nulla all’improvviso le sembrò infinitamente più potente di qualsiasi tutto avesse provato fino ad allora.
Si ricordò allora dello spavento al suo primo orgasmo. Billy, il suo vecchio orsacchiotto, stretto tra le cosce. Ricordò il crespo del suo vecchio peluche diventare apici toccanti sul suo giovane sesso. Quando, allora, sentì bagnarsi e il cuore gonfiarsi aveva avuto paura di aver rotto qualcosa dal suo interno, aveva avuto paura di stare per morire e la avrebbero trovata bianca su un orsacchiotto rosso del sangue del danno che si era procurata. Urlò allora, come stava per fare adesso, ma il solo rumore, immenso a rompere il silenzio, il solo risucchio dell’aria presa per emettere il suo allarme vocale, spaccò il nulla in maniera così inaspettata da paralizzarla un’altra volta. Il ritmo del respiro convulso risuonava nel nero più forte di qualsiasi rave techno-trans avesse mai udito.
Una folla di pensieri senza corpo, di esseri invisibili e inesistenti cominciarono a popolare il nero, tanto più evidenti nella loro presenza fantasmatica quanto più impercettibili attraverso il buio.
Le sembrava che ogni stella/brivido, ogni suo pelo, ogni suo capello venisse torturato da invisibili microscopiche scimmie vampiro. La tortura sui capezzoli e sul clitoride diventava supplizio.
Quanto tempo era passato? Cosa faceva lì, come ci era arrivata? Concentrandosi su domande a cui non sapeva nella maniera più assoluta dare una risposta, le sembrò di sottrarsi all’ignoto.
I suoi nervi incordati, le sue vene gonfie, i suoi sensori tattili, sembrarono per un poco rilassarsi intorno alle domande della giovane, domande che si ergevano nel buio come assoluti filosofici, come assunti teoretici sul senso della vita.
Chi sono, dove sono, da dove vengo.

“Che cazzo ci faccio qui?”

Questo pensiero, la parolaccia dentro, quell’accenno di rabbia le sembrò infrangere l’incantesimo.

Un rumore.
Un rumore non proveniente dal suo essere viva.
Un rumore esterno.

Spalancò improvvisa gli occhi così come improvvisamente si accorse di averli tenuti serrati per tutto questo tempo.
Le sue pupille poterono percepire solo il freddo umido del buio.
Nulla su nulla. Solo quel rumore.
Trattenne il fiato, ma il cuore cominciò a batterle così forte da diventare un subwoofer cinematografico in un film catastrofico.
Solo il suo cuore. Nient’altro.
Duecentodieci, centonovanta, centoquarantasette, i suoi palpiti cominciarono ad affievolirsi e a scendere di volume. Le sue orecchie, invece, il suo udito, ebbe l’impressione di stare aprendoli all’infinito, a farsi penetrare dal silenzio, tesa e arresa, affinché la lasciasse in pace. Ma lo stupro cominciò solo dopo, e passò dal naso.
Un odore di tabacco irruppe nel nulla con una violenza che causò alla ragazza un conato di vomito, congelato immediatamente giustoappena a bruciarle la gola.
Duecentoventinove, il cuore cominciò a esplodere.
Il respiro invece era calmo, caldo pacato. Ebbe un cortocircuito di coscienza prima di accorgersi che quel respiro non era suo.
Il respiro aveva un suono basso, era un respiro d’uomo, pensò la ragazza, non un ragazzo, non un vecchio, un uomo.
Si accorse di aver perso i sensi per qualche istante, mantenuta in piedi dalle sue gambe cristallizzate insieme al ghiaccio della maiolica.
Al riprendersi riuscì a collocare il respiro non suo nello spazio annullato del buio. Il respiro, un respiro d’uomo, ma ancora troppo inglobato nel buio per essere un uomo, quell’odore risuonante di tabacco respirato, si trovava senza dubbio alle sue spalle.
Poteva percepirne ora il calore e un lieve movimento d’aria che le smuoveva appena i capelli più periferici, solleticandole impercettibilmente le spalle. I brividi cambiarono costellazione, mostrando tutta la fragilità della vergine. La ragazza sapeva di non esserlo e quanto si era divertita nell’ultimo anno con Stefano, il suo trombamico del cuore.
Eppure quel buio assoluto le riportava alla mente tutto l’ignoto della prima volta.
Il respiro si fece più netto, sentiva ondulare almeno il doppio dei suoi capelli. Evidentemente il respiro si stava avvicinando. Ancora solo un respiro aromatizzato al tabacco, la giovane non riusciva, o non voleva, dargli un corpo. L’aria si muoveva intorno a lei, invorticandosi in spirali ascendenti generate dal contrasto microclimatico tra il caldo respiro e il freddo nulla.
Il ritmo restava calmo, tanto da invitare a calmarsi anche quello della ragazza che ora quasi desiderava succedesse qualcosa per interrompere lo strazio del vuoto, della minaccia ignota. L’invito restò a lungo disatteso, un tempo lunghissimo in cui non successe assolutamente nulla. Ogni istante di nulla prolungava la tortura infinita della ragazza. Una tortura fatta di nulla, fatta di attesa, fatta di ignoto, fatta di buio.
Poi, quasi a esaudire le preghiere di quella giovane persa nell’attesa, il respiro divenne presenza fisica. Partì da dietro il collo, la annusava forte quasi a volerle togliere ogni giovane profumo per restituirglielo in tabacco digerito. Ancora una volta la ragazza stava per vomitare quando il respiro divenne graffio. Una barba dura, ispida cominciò a graffiarle il collo le spalle, la schiena. Indugiò per un attimo nell’incurvatura spavalda di quei lombi acerbi. Come il respiro precedente, che sembrava essere rimasto in disparte quasi con fare vojeristico, ricordando la sua presenza solo attraverso il fumo pesto di quel fiato, anche la barba sembrava non avere corpo. Nell’acuizione tattile generata dal buio la pelle della ragazza poteva percepire ogni spillo pilifero che le graffiava la schiena, ma dietro, oltre quella barba, non riusciva a collocare un volto.
Forse per acquietare l’insostenibile angoscia, forse per popolare quel nero ignoto, la ragazza visualizzò nella mente una foto che aveva visto su Facebook qualche giorno prima. Era la foto di un cucciolo neonato di istrice, coccolato da due grandi mani, simpatico con il nasino curioso all’insù. Quasi in un sogno lucido parve improvvisamente alla ragazza che nella curva della sua schiena, appoggiato appena sulla ipsilon dei suoi glutei sodi, avesse fatto nido un simile esserino innocuo. Si sorprese così, in un mezzo sorriso, a provare un indefinito piacere allo sfiorare di quegli aculei. La pallottolina addormentata scivolava ora rotolando giù dalla natica sinistra. Forse cadendo, perdendo quell’equilibrio spinoso ma morbido, l’istrice si risvegliava, cercando di nuovo la strada sicura per il solco del culo di lei. Si agitava, grattando di più, ansimando disperato nella caduta, ansimi che sapevano di tabacco. Quasi ad agganciarsi, il nasino cercò di insinuarsi nel suo ano. E quale fu l’orrore della ragazza quando sentì quel nasino all’insù trasformarsi in un grosso naso maschile, di uomo, ossuto e puntuto, sudato, viscido, untuoso e il tabacco riempirsi di suono. Il naso si spinse fra le sue chiappe che si serrarono immediate, e più si serravano e più il rantolo alla sigaretta le spingeva dietro. Una lingua che le sembrò enorme cominciò a lapparla sul filo scuro e delicato che va dalla vulva all’ano, ma senza nessuna delicatezza. Sentì un liquido caldo colarle fra le cosce e rifiutandosi di accettare che quel liquido potesse essere generato da quella stimolazione così sgradita del suo sesso, la ragazza vide nella sua mente, sopperendo a quello che gli occhi nel buio non potevano, un enorme lumacone che si dimenava con il grosso guscio appuntito incastrato nel suo culo, cercando una strada fra i peli crespi della sua vagina fresca, viscido, violento e agitato, mentre sbavava tutta la sua viscosità fra le cosce pietrificate.
La ragazza ebbe l’impeto disperato di urlare, ma uno strappo sonoro e violento le tappò la bocca sotto una striscia di scotch telato, o così lei pensò, visualizzando i tanti telefilm americani visti su maniaci e serial killer in un montaggio velocissimo e ossessivo. Il lumacone scomparve, il riccio scomparve, tutto tornò in silenzio, un silenzio di nuovo lunghissimo, generato da brandelli di eternità. La ragazza era paralizzata e il respiro, forzato a passare solo attraverso il naso, la costringeva a inalare singhiozzando quella orrida puzza di fumo che ora la ossessionava. L’urlo soffocato dalla tela adesiva si trasformò in pianto.
Il panico la attanagliava. Neanche per un attimo aveva pensato a strapparsi la benda dalla bocca o tentare di trovare un’uscita. Quel buio assoluto toglieva ogni possibilità di azione, lasciando lei, con quel suo corpo magro e flessuoso, a lasciarsi attraversare dalla corrente immobile del nero, a fluttuare il giunco del suo corpo sul nulla assoluto.
L’unica cosa che riusciva a fare era piangere e sentì il suo volto incendiarsi sotto lo sfogo delle lacrime; un calore fortissimo nel freddo nulla, troppo forte per essere solo il suo. Ne ebbe conferma quando sentì di nuovo una lingua accarezzarle gli occhi e leccarle via le lacrime. Ma non era più il lumacone-istrice, era una lingua gentile compassionevole. Una lingua attaccata a un volto invisibile che non aveva barba ma bruciava sul suo bruciare. Il bevitore di lacrime sembrava non dissetarsi mai e con fare meno gentile di prima, ma non sgarbato, violò la bocca della ragazza strappando con i denti un varco nel nastro adesivo, insinuandosi tra i denti di lei che poterono solo dischiudersi; alla lingua si aggiunsero quindi due labbra roventi e assetate anch’esse, succhiandole avide quanta più saliva possibile e restituendo alla bocca di nuovo libera il sale delle sue proprie lacrime.
Non sapeva perché, ma quel bacio appena meno che tenero le diede conforto e quasi si abbandonò. Immaginò per un attimo Stefano sempre così amico e cortese quando volevano scopare. Diede allora un corpo a quella bocca e delle mani cominciarono a carezzarle i fianchi. Mani morbide e gentili. Lasciò andarsi a quel bacio sinceramente, quasi consolata, quasi a voler prendere una boccata d’ossigeno inaspettata in mezzo a quel panico soffocante. Sentì difronte a se un cazzo ergersi e puntarle sulla pancia. Duro, vigoroso ma gentile. Il giovane, si era ormai figurata che il nuovo arrivato fosse giovane, come lei, come Stefano, era sicuramente più alto di lei e quel cazzo duro si appoggiava appena al di sotto del suo ombelico. Non spingeva, anche quel cazzo era gentile.
Si lasciò andare quindi al bacio e raccolse quanto più ossigeno poté.
Ebbe poco da respirare. Altre due mani le afferrarono le sottili caviglie dal basso, obbligandola a divaricare le gambe. Subito le mani del giovane passarono dai fianchi alle spalle, chiudendosi intorno al collo ma senza stringere. Spingevano invece in basso, con forza. La ragazza aveva ormai scarsa percezione del suo corpo ma ebbe la certezza di star scendendo perché sentiva l’asta gentile scivolarle sulla pancia verso l’alto, passare spavalda fra i suoi seni duri, sfiorare il collo.
Si era quasi dichiarata pronta a ricevere quel pisello cortese in bocca quando un tanfo di tabacco cominciò a sbuffarle da sotto, e si sentì riempire la fica di un cazzo ben meno garbato, che la penetrò fino all’anima con una spinta arrogante e violenta. La ragazza urlò, finalmente sentì la sua voce libera, ma il buio non si ruppe. Nonostante il suo urlo, tutto continuava a succedere nel buio assoluto, nel nulla assoluto.
L’uomo l’aveva impalata così, ma rimaneva fermo dentro di lei, solo la lieve pressione sulle spalle da parte del ragazzo le dava la sensazione che qualcosa si stava muovendo. Anzi poteva anche sentire il cazzo dell’uomo pulsare dentro di lei e il respiro tabagista che riprendeva ad ansimare.
Le mani sotto le stritolavano le caviglie tenendola infilzata su quel palo, mentre quelle sopra tornavano gentili e la previsione precedente della ragazza si fece realtà quando sentì baciarsi le labbra da un glande infuocato. La verga cortese cercava ora quella bocca disattesa. La paura e il dolore erano troppo per lei, quindi quella sensazione di gentilezza e l’odore di buono di quel pisello giovane le diedero conforto. Quasi un ciuccio consolatore per una quasi bambina. La ragazza ci si appoggiò respirandone l’odore per scordare la puzza di fumo del vecchio che la invadeva da sotto. Si attaccò quasi avida a quel membro cortese, ciucciandolo forte. Non capiva più nulla, ma la gentilezza del giovane era l’unica certezza non violenta a cui poteva attaccarsi in quel buio totale.
Appollaiata in quella posizione sentì due nuove mani scendere dalle spalle a cercare i seni gonfi. Due mani morbide, tenere, delicate. Ebbe la certezza che fossero mani di donna ed infatti pochi istanti dopo due seni enormi le si poggiarono sulla schiena. Quelle tette giganti, calde, le puntarono contro improvvisamente due capezzoli grossi come tappi di bottiglia, duri, turgidi, e sentì l’ansimo della donna abbattersi di piacere sul suo giovane collo. Ebbe netta la sensazione, anche dal cominciare ad agitarsi sincrono del grosso seno e del cazzo ora enorme che la violava, che la signora (così aveva chiamato questo terzo volto assente) si stesse lasciando viziare dal lumacone dal guscio aguzzo e dalla lingua bavosa. Il giovane frattanto entrava in quel gioco di ritmi convulsi perfettamente a tempo.
Il pisello giovane cercava e prendeva sempre più spazio in quella giovane bocca bisognosa di affetto, e si trasformò in biberon invisibile cominciando a fiottare abbondantemente, sparando il suo liquido caldo, giù diretto in gola alla sua poppante. La ragazza si stupì nel provare improvvisamente piacere e gustò quella bevanda inaspettata lasciandola prima colare ai lati della bocca, per poi cercarla di nuovo, con la lingua, a rivolerne ancora e torturando la cappella rovente ancora gonfia e pulsante fino all’ultima goccia.
Mentre dimenticava l’assurdo del nero e si abbandonava a una sorta di sogno, venne scaraventata via dal palo che la tratteneva in basso, come se si fosse offeso di quel piacere che aveva tentato di ricambiare le voglie del giovane profanatore. Si ritrovò così con la pancia sul pavimento gelato e si ricordò delle maioliche che improvvisamente come un lampo le sembrarono bianche, ma era di nuovo la luce del freddo e della paura. Occhi chiusi nel bianco di quel buio gelido, la ragazza si sentì improvvisamente di nuovo sola. Aspettò che si muovesse qualcosa. Passò, credette, qualche minuto prima che potesse ricominciare a respirare. Aprì gli occhi, il buio totale, ora affollato di spettri, gentili o meno, le si presentò allo sguardo nel suo vuoto assoluto. Il silenzio era totale e anche l’odore di tabacco predigerito sembrava essere cessato. Quella stasi la riprecipitò nell’orrore più scuro, un orrore che lei ormai sapeva non così nero quanto il buio che le si presentava allo sguardo.
Da quanto stava in quella posizione con le tette schiacciate sul pavimento gelido? Due minuti? Dieci? Venti secoli? Il nulla la riassorbiva completamente tormentandola ora nel ricordo di quello che le era successo subito prima. E la paura si fece lucidità, ogni piacevolezza che la mente arresa le aveva concesso per la sua sopravvivenza ora tornava irridente nel suo gusto per l’orrido e popolava la mente della giovane di visioni di orripilanti troll, di fauni priapici, caproni cazzuti, diavoli rossi di fuoco, una matrigna crudele e un principe gentile di cui non poteva fidarsi.

Passò così un tempo infinito, lungo abbastanza da perdere completamente la percezione se quello che sentiva percorrerle la pelle fosse il freddo rabbrividente, il terrore epidermico o il formicolare dei suoi muscoli e delle sue tette schiacciate sul pavimento, in quella posizione da un’eternità.
Il formicolio divenne insopportabile; quindi, più per istinto fisico che per cosciente coordinazione psicomotoria, la ragazza poggiò le mani sul pavimento tentando di rialzarsi. Si ritrovò così carponi, dolorante, confusa, mani e ginocchia a terra. Fece per tirare indietro i propri fianchi quando sentì le mani della signora accompagnarla e aiutarla ad alzare nuovamente il busto, accogliendola ancora una volta su quelle mammelle elefantiache. La giovane ebbe una sensazione di rilassamento. La signora le solleticò i fianchi invitandola ad alzare le braccia. La ragazza, ormai priva di volontà, assecondò le indicazioni della donna che, approfittando dei lati scoperti passò in avanti a torturare i giovani capezzoli con delle unghie curate ma taglienti. La giovane ebbe un fremito e, con le braccia alzate, allungò la sua schiena verso l’alto spinta dal brivido che la percorreva.
Il brivido le saliva dai lombi focalizzandosi sulle gemme prominenti e proseguiva lungo le braccia tirandola su, sempre più su.
Un morso bruciante le catturò entrambe i polsi tirandola ancora più su, strattonata più su. Fu alzata di peso da quello che le sembrò dovesse essere un cappio attorno alle proprie mani. I piedi si staccarono da terra. Non molto.
Allungando le dita la ragazza poteva sentire ancora il freddo del pavimento in piastrelle, ma non riusciva più a calzare la scarpetta. Il freddo le toccava appena le estremità inferiori, mentre in alto un fuoco tagliente intorno ai polsi la stirava. Ebbe appena la percezione di essere così appesa, quando sentì di nuovo,dietro di lei, il cazzo gentile che, tornato in forze, si poggiava contro il suo culo per poi scivolare fra le sue cosce quasi a sostenerla. Il glande infocato, facendo capolino dall’altra parte, le bruciava da vicino il clitoride e con quella nuova cavalcatura si vide principessa, nuda su un destriero, in fuga da orde barbariche. Il pisello durissimo raccoglieva il suo corpo in tutto il suo spessore. Poteva sentire da dietro una peluria morbida poggiarle sulle chiappe quasi arezzevole, e davanti la testa gonfia e sfrontata.
Lunghi capelli le carezzarono le cosce frontalmente e la lingua della signora cominciò a trastullare i due giovani proprio nel punto del loro cavalleresco contatto. Passava alternativamente dalle grandi labbra della giovane alla punta di quel cazzo infuocato.
Improvvisamente però il maschio ebbe la meglio e i mugolii della signora divennero soffocati, mentre la testa dai lunghi capelli cominciava a sfregare e spingere dal basso il ventre della ragazza. Il singhiozzo avido della signora, avvinghiato al giovane membro divenne urlo soffocato, violento e infinito mentre la giovane si sentì tirata in avanti, agguantata dal collo, dalle mani ruvide e puzzolenti di tabacco che poco prima le avevano costretto le caviglie. Schiacciata tra i tre corpi la giovane capì che, mentre attraverso di lei la signora trastullava il ragazzo con la sua bocca vorace, il culo della signora veniva violentemente trafitto dal fumatore barbuto. Il corpo della giovane, ancorato in alto dalle funi faceva da incastro perfetto a quell’ingranaggio mostruoso. Era ora vittima di una pivora a sei braccia e gli infiniti sessi.
La signora prese fiato urlando di piacere e, approfittando dell’allenatarsi di quella ventosa avida, il cazzo del giovane scivolò direttamente nel corpo della ragazza attraverso la sua fichetta che soprì bagnatissima. I quattro corpi si dimenarono a lungo poi improvvisa la giovane sentì scivolare fuori il suo principe stallone; la signora emise un urlo selvaggio e basso che immediatamente soffocò, in quel piacere vilento, soffiando con forza nella fessura della ragazza. Il corpo appeso venne mitragliato da fiotti di sperma bollente, sincroni, sulla pancia, sulle spalle, sul culo. Il gonfiare della donna, il liquido rovente e il dolore acuto ai polsi costrinsero la ragazza in un orgasmo liberatorio ma talmente potente da non poter essere sopportato da quella donna acerba.

Chiara aprì gli occhi. Aveva perso i sensi, pensò. Quanto aveva dormito? Due giorni? Quattro ore? Venti minuti?
Il suo respiro era ancora ansimante ma non riusciva a ricordare. Sapeva di aver vissuto un incubo. Non aveva freddo, sotto di lei c’era un materasso morbido. Una lama di luce tagliava verticalmente il buio della stanza. La ragazza si alzò stordita, poggiò i piedi sul pavimento freddo, cercava di ricordare la strana sensazione di spavento che le rimaneva addosso dopo quel sonno stordente.
Alzò gli occhi verso la luce. Come flash luminosi apparvero alla mente i momenti più acuti di quell’incubo. Sentì la ragione farsi strada nel buio, seguendo il filo di luce proiettato sul pavimento come se fosse il percorso segnato di una uscita di sicurezza. Aveva sognato. Ne era certa. Ricordava solo di essere rientrata a casa ubriaca fradicia, poi il buio totale e l’incubo.
Si alzò. Mentre poggiava i piedi e alzava il sedere dal letto la sua camicia da notte leggera le scivolò sulle gambe a coprirla. Seguì la luce. Aprì la porta. Aveva solo sognato. Al di la della porta il salone di casa e la sua famiglia che al suo apparire mugulò un saluto. Solo un maledetto incubo. Giacomo, suo fratello, seguiva come al solito i Playoff della MBA sul satellite, la madre stirava in vestaglia e i bigodini in testa. Il padre sfogliava il giornale, fumando alla finestra. Solo un maledetto incubo.
Ma quanto aveva dormito? Due ore? Quattro? Venti?
Mentre cercava di tirare le somme a un calcolo impossibile giurava a se stessa di non bere più così tanto. Aveva dormito probabilmente fino a sera. Ma che ora era? La ragazza alzò il braccio per guardare l’orologio. Attorno al suo polso solo un livido rosso.

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Daniele Casolino

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