IL CONDIZIONATORE

IL CONDIZIONATORE

C’è stato un tempo in cui ho creduto, ebbene si, di aver fiuto per gli affari.
Ero convinto che avrei fatto grandi cose nella vita e che dopo tanta sventura la ruota dovesse, matematicamente o per malintesa giustizia divina, girare a mio favore.
Ovviamente non era così.
Avevo semplicemente fatto l’errore più comune tra quelli a cui erano capitati disastri epici, un po’ per sfortuna e molto perché se l’erano cercata. È
un tratto comune, soprattutto tra quelli che “se la sono andata a cercare” : essere convinti che il mondo ti debba qualcosa perché hai preso delle mazzate tra capo e collo invece di avere successo, quando hai cercato di fotterlo.
Comunque niente.
Un giorno ebbi questa grande “idea imprenditoriale” e decisi di investire in quella che si rivelò una delle più grosse truffe del secolo ai danni dei deficienti come me: l’allevamento degli struzzi.
Insomma, avevo messo su questa azienda agricola e devo dire che mi ci appassionai.
Gli struzzi con le loro zampe lunghe e muscolose, i loro sguardi stupidi, il loro ingoiare qualsiasi cosa gli capitasse a tiro e la cattiveria spietata dei maschi erano qualcosa di davvero affascinante .
Sì, perché, malgrado l’apparenza di animale gentile, il maschio di struzzo è uno degli animali più stronzi che ci siano in giro per la savana.
Sono territoriali, attaccabrighe e pericolosi, anche per gli uomini; hanno zampe muscolosissime e con un calcio potrebbero sfondarti tranquillamente la cassa toracica.
E litigavano, caspita se litigavano, i maschi; litigavano anche attraverso la rete di separazione tra settori deformandola a calci e inclinando persino i pali di sostegno per stabilire chi fosse il dominante, dei veri stronzi egocentrici a cui non bastava dominare il prorpio paddock, no. Dovevano imporre la loro superiorità anche ai dominanti dei paddock adiacenti, tanto che poi fui costretto a coprire le reti con del telo per pacciamatura in modo da impedire ai “boss” di incrociare gli sguardi.
Prendevano a calci le femmine che non volevano accoppiarsi perché troppo giovani o perché non ancora in estro, ma anche quelle in calore dopo averle montate, qualche volta anche prima, e lo facevano anche con i giovani e i pulcini.Dei veri bastardi, insomma.
Tentavano di prendere a calci anche me, che avevo imparato a tenerli a bada con un’enorme pala da neve gialla che brandivo allontanandoli e colpendoli quando necessario. Comunque non era piacevole, un paio di volte me la sono vista davvero brutta, ma è un’altra storia.
Comunque ero preso bene, la vita di campagna mi piaceva, oltre ad allevare agli animali avevo imparato anche a coltivare ortaggi e mais e a provvedere alla manutenzione con piccole opere di muratura, falegnameria eccetera, tutta roba che oggi non saprei più fare; è sorprendente quanto sia facile imparare le cose prima dei trent’anni, nel mio caso però è altrettanto impressionante la facilità e la rapidità con cui le dimentichi.
Ben presto però mi resi conto che al mio impegno per tutto non c’era alcun ritorno, né morale, né economico.
La gente veniva più che altro per curiosità, ma nessuno era seriamente interessato, anche perché (a ragione devo dire, col senno del poi) non si fidavano della “novità”.
A volte la differenza tra un genio e un idiota è solo la fortuna delle rispettive intuizioni.
Inoltre la legislatura in merito alla macellazione era abbastanza confusa, credo lo fosse anche volutamente, per avvantaggiare i grandi allevatori del nord e del centro Italia che avevano venduto le “fattrici” ( animali da riproduzione) a prezzi esorbitanti, finanziandosi per poi attrezzarsi coi mattatoi nei quali se fossi, io piccolo allevatore, andato a macellare avrei pagato più di ciò che incassavo.
Chi aveva creato il sistema aveva pensato a tutto, approfittando del vuoto legislativo: finanziarsi coi grossi introiti provenienti dalla vendita delle” fattrici” e creazione di mattatoi con prezzi proibitivi per gli allocchi che avevano abboccato costringendoli poi a rivendere a prezzi stracciati ciò che avevano pagato uno sproposito.
Credo ci sia stata, da buona parte dei grandi allevatori e commercianti una vera strategia; una “bolla” creata ad arte.
Quindi, ben presto fui costretto, oltre che a macellare abusivamente e a vendere la carne “in nero” anche a cercarmi un lavoro “vero”.
Lo trovai, era una ditta di traslochi, falegnameria e assemblaggio mobili che aveva un appalto a Gricignano, vicino ad Aversa, presso gli alloggi dei militari NATO operanti a Napoli.
Montavamo cucine e mobili negli appartamenti degli americani tutto il giorno.
Un formicaio, un vero casino, c’erano un migliaio di ditte che lavoravano insieme nel complesso residenziale, credo sia stato uno dei più grossi affari capitati alla camorra negli anni 90, ma sto divagando.
Lavoravo e con me anche quella che era al tempo mia moglie.
L’azienda rimaneva scoperta gran parte della giornata, i soldi per mandarla avanti comunque venivano spesi, non avevamo alcun introito e il mio matrimonio stava andando allegramente a puttane. Io però, come tutti i sognatori, ma soprattutto come il più ostinato dei coglioni, non volevo ammettere il fallimento della cosa, ero un genio io, mica potevo fallire un’altra volta! Il mondo me lo doveva, in un modo o nell’altro!
Ci credevo talmente tanto che continuavo a comprare attrezzature:
Un’ incubatrice del costo di 5 milioni, (c’era ancora la lira) piazzata in quello che era stato, prima che mia moglie mi mandasse a fare in culo, il salotto e un condizionatore d’aria che sarebbe servito a creare le condizioni ottimali di temperatura e umidità per la schiusa delle uova: un altro milione e rotti.
Ormai era una questione di principio, mi ero intestardito come gli asini.
Il fatto poi che avessi ricominiciato a frequentare un “vecchio amico” che trafficava in erba e brown sugar non è che aiutasse molto.
Diciamo che quello fu la ciliegina sulla torta.
Infatti persi il lavoro.
Ero nuovamente uscito di testa e in fissa con la mia “azienda agricola”, esaltato anche dal fatto che la stagione della riproduzione fosse iniziata e gli struzzi stuprassero con ardore le loro femmine.
Raccoglievo le uova, dopo qualche giorno controllavo che fossero fecondate e le mettevo nell’incubatrice.
Ovviamente il condizionatore andava a pieno ritmo, giorno e notte.
Una mattina sentii suonare il campanello.
Era una spilungona di quasi due metri, che abitava in una casa a una decina di metri dalla mia, con cui avevo scambiato qualche chiacchiera ogni tanto intuendone, dall’alito e dalla camminata parecchio “dinoccolata” nel tardo pomeriggio, la passione per il brandy e il vino.
-Ciao- disse -posso entrare? Dovrei parlarti.
-Certo ,accomodati, preparo un caffè.
-No, no grazie, era solo per chiederti un favore.
La feci entrare e presi due birre dal frigo (eh ,avevo ricominciato a darci dentro, con gli alcolici, dopo quasi due anni di completa astinenza)
-Dimmi pure.
-Beh, niente, io la notte non riesco a dormire e per questa cosa sono sempre nervosa,f igurati che ho anche litigato con mio marito –
Il marito era un nigeriano, un omone dalla pelle nera e dall’aria mite, un faccione sorridente dal quale spiccavano questi occhi gialli e i denti che sembravano flash fotografici nel fondo di un pozzo quando parlava ;il suo nome era Chris.
Tiravano avanti lei lavorando come infermiera e lui come ambulante.
La guardai con aria interrogativa, così lei disse -è quel tuo aggeggio che non mi fa dormire, quel condizionatore, IL RONZIO MI FA DIVENTARE MATTA!- disse alzando improvvisamente la voce.
Stanotte ho persino litigato con Chris, dal nervoso. Perciò sono venuta oggi a chiederti di spegnerlo.
-Scusa, non capisco, abiti a più di dieci metri da casa mia e…ti dà fastidio il rumore del mio condizionatore? Sei sicura che non sia qualche altra cosa?
-Cosa intendi per “altra cosa”? Guarda che io non sono né scema né ubriaca! Se dico una cosa è quella! E tu devi spegnere quel condizionatore! Non possiamo farci venire l’esaurimento per colpa tua!
Ecco.Uno dei mille tratti distintivi dell’ubriacone abituale: il suo rinnegare l’ubriachezza anche quando non ce ne sarebbe bisogno e la sua paranoia nel cogliere allusioni anche quando non ce ne sono.
Le dissi di stare calma, che non intendevo proprio niente, che la mia frase non era un’allusione ma una domanda senza alcuna ambiguità, ma fu tutto inutile, la cosa degenerò e la misi alla porta con un vaffanculo.
-EH ,MA NON FINISCE QUI, BELLO, TI FARO’ INSEGNARE L’EDUCAZIONE ! CHI CAZZO CREDI DI ESSERE? VIENI QUI COI TUOI CAZZO DI ANIMALI E CREDI DI POTER FARE IL CAMORRISTA, COL TUO ACCENTO NAPOLETANO? POI VEDREMO, VEDREMO!
Le chiusi la porta in faccia.
Già sapevo come sarebbe finita.
La mattina dopo ero in mezzo al cortile di casa e vidi arrivare Chris.
Non aveva la solita faccia allegra.
EH, BELLO! CHE CAZZO CREDI DI FARE, MINACCI MIA MOGLIE? IO TI SPACCO IL CULO.
Feci per controbattere, cercando di non far notare troppo il tremolio delle mani (è così, quando sento aria di bufera mi tremano le mani, è una cosa che odio ma sulla quale non ho controllo)
Chris pesava il doppio di me a la sua faccia incazzata non aiutava certo a farmi star meglio.
Tremavo.
Cazzo-pensavo-Possibile che debba beccare sempre gente che vuole spaccarmi la faccia?
Avevo voglia di chiedergli di smetterla e dirgli che avrei spento il condizionatore e che non gli avrei più dato fastidio, che potevamo vivere in grazia di dio tutti, se solo avessimo avuto un po’ di buona volontà, ma CAZZO contemporaneamente mi dicevo che erano le uova dei miei struzzi e in quel cazzo di allevamento avevo riposto tutte le mie illusioni di coglione, che porca troia, m’ero rotto di beccarmi cazzi in faccia e tutte le altre stronzate che vengono in mente quando reprimi la rabbia per troppo tempo, rendendoti conto, oltretutto, che la causa dei tuoi bordelli sei soprattutto tu.
VAFFANCULO-rispose -ADESSO TI FACCIO VEDERE IO, SE LO SPEGNI QUESTO AGEGGIO MERDOSO!
Staccò una tavola da un bancale a terra e prese a picchiarlo sullo “split esterno” del condizionatore
L’avevo pagato quasi due milioni, cazzo.
Aprii il cancello e glielo strappai dalle mani.
Si fermò.
Ci guardammo -TI SCASSO IL CULO!- urlò.
Presi la tavola e la lanciai lontano, lui continuava a gridare, mi girai e sputai a terra, poi girai l’angolo di corsa e prima che mi arrivasse addosso avevo già in mano il tondino di ferro che avevo piazzato lì il giorno prima.
Non ebbi il coraggio di colpirlo con un mazzata in testa, cosi’ quando arrivò lo colpii “di punta” sul petto, strappandogli la maglietta.
Riuscì ad avvicinarsi e me la tolse dalle mani, prima però che facesse qualsiasi cosa centrai la sua gola con due pugni.
Ansimava come un cinghiale, mi afferrò sotto le braccia e mi lanciò letteralmente via, mandandomi ad atterrare sul cofano della mia auto.
Caddi di schiena a terra e quando mi si avventò addosso qualcuno lo sollevò di forza.
Erano gli altri vicini che erano accorsi e lo portarono via.
Che culo.
Avevo il fiatone.
Corsi a recuperare il tondino di ferro, deciso stavolta ad usarlo come mazza se Chris fosse tornato alla carica.
Uno dei vicini fece per togliermelo di mano, ma minacciai anche lui
-Se non portate prima via qual bestione non pensateci proprio -dissi –
Poi arrivarono i carabinieri.
Scesero dall’auto chiedendo cosa fosse successo e perché.
LUI HA INSULTATO MIA MOGLIE! -disse Chris -E HA CHIAMATO ME NEGRO!
Cazzo.
Non ci potevo credere.
Ho fatto un sacco di cose stupide nella vita, ma insultare la donna di un marcantonio con 20 centimetri e almeno 30 chili in più di me, decisamente mi mancava.
La cosa aveva un risvolto comico, perché i carabinieri mi “conoscevano” mentre lui era un perfetto sconosciuto, quindi la cosa non tardò a prendere una piega ancora più complicata.
-Panariello- disse uno dei due -Cos’è, ti senti così sicuro di te da sfidare gente che potrebbe metterti sotto i piedi ed ammazzarti a soli ceffoni? Guarda che questo non è uno di quei cretinetti tossici che sei abituato a freguentare tu, questo te le suoOOOOoona , hé capi’? Disse con tono ironico.
Ci mancava il carabiniere illuminato, pensai.
Si prodigava, il “brigadiere”, a far passare l’immagine “dell’italiano brava gente” ,continuando a blaterare di “cuando è ignorande certa gende ,ma se vuoi posssiamo anghe fare la denungia, eh, signor…
lo guardò con aria interrogativa, per farsi dire il nome.
-Io mi chiamo Chris, ma…
-ALLORA CRISMA- disse il carabiniere che aveva scambiato l’obiezione per la parte finale del nome -SE VUOI FACCIAMO UNA BELLA DENUNGIA AL SIGNORINO QUI PRESENDE, VA BENE? –
Io non sapevo più cosa fare né che dire, i carabinieri, tutti presi a far i tolleranti, non mi cagavano neanche di striscio e l’assurdità della situazione mi faceva quasi ridere.
“Crisma” mi guardò, poi guardo’ loro e disse che no, la denuncia non l’avrebbe fatta.
I due carabinieri mi guardarono male dicendomi che m’era andata bene, che avevo beccato una brava persona, che se fosse stato per loro mi avrebbero rotto i denti a calci e tante altre carinerie, poi salirono in macchina e andarono via sgommando sulla strada sterrata, sporcando i panni stesi della moglie di “Crisma”.
Era mezzogiorno .
Ma io non avevo fame

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Gino Panariello

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