Nel giardinetto delle oche – un racconto di Lodovica San Guedoro

 

 

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un breve racconto di Lodovica San Guedoro: una scheggia di malinconia e grazia. Incantevole. Lodovica San Guedoro è autrice del romanzo “Il giardino chiuso”, recentemente edito da Effigi.

Ettore Fobo

***

Qui parlerò solo di Asmir. Asmir! Non so spiegare come questo nome m’incanta, come risuona al mio orecchio e che emozioni indicibilmente soavi e alate e conturbanti di sogno evoca nella mia anima… Asmir. Cinque lettere d’oro come quello di Kasim, cinque lettere che si librano in volo, cinque lettere come un volo di uccelli in cielo, un nome magico come quello di Kasim, una cifra misteriosa e insondabile, una lettera di meno, una lettera sostituita e si rivela Amor…

Era il nome di un ragazzino di sette o otto anni che incontrai per caso nel giardinetto delle oche, un tardo pomeriggio d’estate, mentre Kasim era ancora in Bosnia e sentivo con più penetrante malinconia il vuoto della sua assenza. Tanto è vero che mi ero andata a sedere sulla nostra panchina… Era il 15 agosto, giorno dell’Ascensione di Maria…

Mi colpì subito, e fermò la mia attenzione, per la foga selvaggia con la quale irruppe in scena nello slargo sabbioso dove la fontana con le tre oche andava versando la sua acqua, perseguitando i piccioni con un lungo ramo ricurvo e facendoli svolazzare di qua e di là. E già da questo avevo intuito che non era tedesco, era troppo indomito, troppo poco addomesticato per esserlo. Era tornato indietro e poi aveva ripetuto l’assalto punitivo. Questa seconda volta avevo potuto leggere sulla sua camicetta: Asmir. Trasalii. E, quando si girò, gli chiesi se quello fosse il suo nome. Si fermò. Sì. I suoi occhi erano dello stesso verde grigio di quelli di Kasim. E la loro espressione era di uno stupore ingenuo e un po’ severo, quasi di rimprovero, come quella che avevo visto spesso, e tanto adorato, negli occhi di Kasim. Avvertii una silenziosa fitta al cuore. “Non sei tedesco. Da dove vieni?”, gli chiesi. “Dalla Bosnia,” rispose, lasciandomi senza fiato. Allora mi accorsi che la somiglianza del ragazzino con Kasim era ancora maggiore di quella che mi era parsa all’inizio; allora egli mi parve Kasim stesso ragazzino, come lo avevo a volte sognato o visto nell’immaginazione: aveva le membra e il viso sottili e delicati, quasi eterei, era molto carino. Me ne erano passati sotto gli occhi tanti di Bosniaci, uomini e donne, e avevo spesso notato che erano rozzi. Ma questo qui! Questo bambino… Per parità, gli dissi che io ero italiana. Non volevo lasciarlo andar via, volevo prolungare la conversazione, continuare a sapere e a vederlo. Perciò gli chiesi dove andasse a scuola. E ricevetti la risposta che andava alla scuola elementare di W.P., proprio quella che sorgeva alle mie spalle… Anche Kasim poteva aver fatto una classe lì, ma non ne ero sicura. “Ti trovi bene con i compagni tedeschi?” “Sì.” La stessa risposta positiva ed elusiva mi aveva dato Kasim, quando gli avevo chiesto, all’inizio, come se la cavasse con i Tedeschi.

Dall’altra parte, in fondo, dove c’erano lo scivolo e le altalene, il giardino era gremito di bambini e madri, e su una panchina sedeva anche la sua, che lo chiamava. Dovevo affrettarmi, perché lui, sebbene restasse ancora educatamente a mia disposizione, poteva correre via da un momento all’altro e svanire… Mi ghermì un pensiero e, con il cuore che mi batteva, osai chiedergli se… conoscesse Kasim… se fosse suo parente… No, non lo conosceva. A quel punto gli chiesi da quale paese o città bosniaca provenisse. Ma lui era nato in Germania. “Da dove vengono allora i tuoi? Da un paese o da una città?” “Da una città.” “Quale?” Non lo sapeva. La cosa mi parve assai strana. “Ma tu dovrai pur esserci stato, averla vista…” “Sì, una volta,” rispose, “ma non so come si chiama.”

Sua madre lo chiamò di nuovo, guardando con insistenza verso di noi, lui divenne inquieto. Sbigottii. “Non è possibile che tu non lo sappia, tanto più che ci sei stato!” Asmir non ribatté, mi salutò invece e scappò via, lasciando sulla sabbia il ramo col quale aveva perseguitato i piccioni. C’era qualcosa sotto. Il ragazzino doveva aver trovato strano quell’interrogatorio. Forse i genitori gli avevano vietato di far sapere da dove venissero… Forse temevano vendette o rappresaglie dai Serbi o da altri, pensai dopo. In quel momento ero troppo occupata a seguirlo con lo sguardo mentre correva verso sua madre, probabilmente turbato e anche sollevato di non dover più rispondere alle mie domande.

Non so quando, se subito dopo, lì, o la sera, a casa, piansi poi, perdutamente, di nostalgia. E fu quel pianto che mi rivelò quanto amore io mi portassi ancora e sempre dentro per Kasim. Kasim che, attraverso mari e monti, mi aveva inviato l’incantevole immagine di se stesso ragazzino a ravvivare l’uncino della nostalgia e dell’amore!

LODOVICA SAN GUEDORO

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