Pier Paolo Pasolini / Caffè letterario

Dall’angolo d’un palazzo, eretti,
appaiono, ma stanchi per la salita,
e scompaiono, per ultimi i garretti,

all’angolo d’un altro palazzo. La vita
è come se non fosse mai stata.
Il sole, il colore del cielo, la nemica

dolcezza, che l’aria rabbuiata
da redivive nubi, ridà alle cose,
tutto accade come a una passata

ora del mio esistere: misteriose
mattine di Bologna o di Casarsa,
doloranti e perfette come rose,

riaccadono qui nella luce apparsa
a due avviliti occhi di ragazzo,
che altro non conosce se non l’arte

di perdersi, chiaro nel suo buio arazzo.
E non ho mai peccato: sono
puro come un vecchio santo, ma

neppure ho avuto; il dono
disperato del sesso, è andato
tutto in fumo: sono buono

come un pazzo. Il passato
è quello che ebbi per destino,
niente altro che vuoto sconsolato…

e consolante. Osservo, chino
sul davanzale, quei due nel sole
andare, lievi; e sto come un bambino

che non geme per ciò che non ha avuto solo,
ma anche per ciò che non avrà…
E in quel pianto il mondo è odore,

nient’altro: viole, prati, che sa
mia madre, e in quali primavere…
Odore che trema per diventare, qua

dove il pianto è dolce, materia
d’espressione, tono… la ben nota
voce della lingua folle e vera

ch’ebbi nascendo e nella vita è immota.

*

E io guardo, camminando per i lastrici
slabbrati, d’osso, o meglio odoro,
prosaico ed ebbro – punteggiato d’astri
invecchiati e di finestre sonore –
il grande rione familiare:
la buia estate lo indora,
umida, tra le sporche zaffate
che il vento piovendo dai laziali
prati spande su rotaie e facciate.

E come odora, nel caldo così pieno
da esser esso stesso spazio,
il muraglione, qui sotto:
da ponte Sublicio fino sul Gianicolo
il fetore si mescola all’ebbrezza
della vita che non è vita.
Impuri segni che di qui sono passati
vecchi ubriachi di Ponte, antiche
prostitute, frotte di sbandata
ragazzaglia: impure traccie
umane che, umanamente infette,
son lì a dire, violente e quiete,
questi uomini, i loro bassi diletti
innocenti, le loro misere mete.

*

Chi fui? Che senso ebbe la mia presenza
in un tempo che questo film rievoca
ormai così tristemente fuori tempo?
Non posso farlo ora, ma devo
prima o poi sviscerarlo fino in fondo,
fino a un definitivo sollievo…
Lo so: ero appena partorito a un mondo
dove la dedizione d’un adolescente
– buono come sua madre, improvvido
e animoso, mostruosamente
timido, e ignaro d’ogni altra omertà
che non fosse ideale – era avvilente
segno di scandalo, santità
ridicola. Ed era destinata
a farsi vizio: ché marcisce l’età
la mitezza, e fa, dell’accorato
dono di sé, ossessione. E se ho trovato
di nuovo un’accorata purezza
nell’amare il mondo, il mio
non è che amore, nudo amore, senza
futuro. Troppo perduto nel brusio
del mondo, troppo cosparso dell’amaro
di un pur triste, chapliniano riso…
È resa. Umile ebbrezza del contemplare,
partecipe, sviscerato – e inattivo.
Umile riscoperta d’un allegro restare
degli altri uomini al male: il reale,
vissuto da loro in un empireo di luoghi
miseri, ridenti, sulle rive
di gai torrenti, sui gioghi
di monti luminosi, sulle terre oppresse
dall’antica fame…
È senso della grandezza, questo senso
che mi strugge sui minimi atti
di ogni nostro giorno: riconoscenza
per questo loro riapparire intatti
a me sopravvissuto, e pieno ancora
di stantio pianto…

*

E ora, per un misero glicine
fiorito agli angoli di Monteverde,
son qui a ragionare di sconfitta.
Ma chi è che mi perde?
Dio redivivo, la colpa felice?
Sì, mi sento vittima, è vero, ma vittima
di cosa? D’una storia apocalittica,
non di questa storia. Mi contraddico.
Rendo ridicola una mia lunga passione
di verità e ragione.
Passione… Sì, perché c’è un cuore antico,
preesistente al pensiero:
e un corpo – o fiorente o ferito,
povera vita mai certa davvero
di resistere alla vita informe dei nervi.

*

Avremo un silenzio stento e povero,
un sonno doloroso, che non reca

dolcezza e pace, ma nostalgia e rimprovero,
la tristezza di chi è morto senza vita:
se qualcosa di puro, e sempre giovane,

vi resterà, sarà il tuo mondo mite,
la tua fiducia, il tuo eroismo:
nella dolcezza del gelso e della vite

o del sambuco, in ogni alto o misero
segno di vita, in ogni primavera, sarai
tu; in ogni luogo dove un giorno risero,

e di nuovo ridono, impuri, i vivi, tu darai
la purezza, l’unico giudizio che ci avanza,
ed è tremendo, e dolce: ché non c’è mai

disperazione senza un po di speranza.

(da La religione del mio tempo, Garzanti, 1961.)

Pier Paolo Pasolini nasce a Bologna nel 1922. Si laurea in Lettere a Bologna con una tesi su Giovanni Pascoli; già nel periodo universitario emerge in lui, accanto all’amore per la letteratura, una grande passione per il cinema.

A Roma, dove si trasferisce negli anni Cinquanta, lo colpiscono le condizioni del sottoproletariato e delle periferie, che racconterà poi con crudo realismo nei suoi film di maggior successo, ma anche in molte opere di poesia e di prosa. Figura provocatoria e anticonformista, critica ferocemente il boom economico, il consumismo omologante e l’ipocrisia borghese. Muore a Ostia nel 1975.

La sua scrittura si fa portavoce del contrasto tra sacralità arcaica e degradazione capitalistica, difendendo la purezza e l’autenticità del mondo degli “ultimi” contro la perdita dei valori umani e dell’identità popolare. In piena coerenza con tale poetica, Pasolini tende a rifiutare l’uso dell’italiano “borghese” e standardizzato, preferendo piuttosto una lingua sperimentale che fonde dialetto, gergo popolare e italiano aulico.

Tra i suoi numerosi scritti si ricordano le raccolte di versi Poesie a Casarsa (1942), Le ceneri di Gramsci (1957), Poesia in forma di rosa (1964) e La religione del mio tempo (1961); i romanzi Ragazzi di vita (1955) e Una vita violenta (1959); e ancora sceneggiature per il cinema, opere teatrali, traduzioni di classici greci, saggi giornalistici e lettere. Dei suoi film segnalo Accattone (1961), Mamma Roma (1962), Il Vangelo secondo Matteo (1964), Uccellacci e uccellini (1966), Edipo re (1967), considerati tra i più grandi capolavori della storia del cinema.

Donatella Pezzino

Immagine: Autoritratto, dipinto di Emilio Vedova (1938-1939).

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