E non avevano mai raccolto more

La pasta era ancora calda. Era appena rientrato dopo una sigaretta, l’aveva lanciata oltre il muretto che divideva casa di Liliana da un capannone. A tavola si era seduto al posto che aveva battezzato come suo nelle ultime settimane. Aveva risposto al sorriso di lei e le aveva preso la mano. Non gli piacevano i pomodorini che riposavano a pezzettoni grossolani sugli spaghetti. Trovava la pasta insapore a confronto con quella di sua madre, ma non le aveva detto nulla per non offenderla. Che poi lui non sarebbe stato in grado nemmeno di replicare quello che aveva nel piatto. Avevano mangiato in silenzio. Attendevano entrambe il momento, quel momento. Julio dissimulava, sembrava completamente a suo agio e il suo mutismo era una semplice costante che Liliana aveva iniziato a trovare affascinante. «A cosa pensi?» disse lei. «Niente, un po’ di robe sull’università». «Tipo?». «Non capisco se ho fatto la scelta giusta, boh». «Ma forse è solo questione di tempo». «Può essere». Lui si alzò e fece per lavare il piatto. Uno dei due gatti stava iniziando ad accettarlo come ospite consueto e aveva iniziato a strusciarsi contro le sue gambe per chiedere un po’ di cibo. L’altro stava quasi sempre fuori casa, nel piccolo patio davanti a prendere quel poco di sole d’inizio primavera. Liliana gli prese il piatto di mano e lo poggiò sul tavolo, aprì la lavastoviglie e gli chiese di aiutarla a mettere tutto a posto. «Io faccio le posate, le posate mi piacciono». Lei sorrise nel vedere quanta dedizione metteva nel dividere forchette da coltelli e cucchiai e cucchiaini da caffè. Lo trovava di una tenerezza in certi momenti. Lasciò i piatti fondi puliti appoggiati vicino ai fornelli e fece uno due passi per dargli un bacio sulla guancia. Non cresceva ancora alcun pelo su quella guancia. Era liscia quella guancia. Julio si voltò e puntò direttamente alla bocca. Allungò le mani sui fianchi, si sentì impacciato, si sentì pensare di non sapere nulla, di non sapere cosa e come toccare. Le lingue si cercavano a vicenda nelle bocche fra la saliva e le labbra piccole e sottili di lui e grandi e carnose di lei. Le lingue si coprivano e difendevano con le labbra, le bocche si allontanavano con lo schioccare del chiudersi delle labbra, una di lei su una di lui sull’altra di lei sull’altra di lui. E il pensiero che Liliana aveva come sottofondo musicale: «Ho paura, di nuovo paura», si ammutoliva come la televisione, ma senza nessun tasto da schiacciare, come la televisione, si ammutoliva nell’incrociare gli occhi di Julio semiaperti o semichiusi mentre la baciava. Si avvolsero le vite con le braccia. E cominciarono a fare a meno d’aria o aver bisogno di più aria. Sospiravano. Lui passò le labbra prima sul collo di lei e poi sul lobo dell’orecchio sinistro, lo succhiò un poco perché aveva letto su un articolo online che era una zona erogena poco sfruttata. A lei venne un brivido che partì dal retro del collo e scese velocemente lungo tutta la colonna vertebrale picchiettando vertebra su vertebra per trentatré volte. «Dove andiamo?», disse Julio. «In camera mia». Salirono le scale. Salirono su per le scale in completo silenzio, le facce prese da sorrisetti nervosi, le facce che non si guardavano. Lui le osservava il culo e lei tutto l’avvicinarsi del momento, di quel momento. «Vado in bagno, aspettami in camera», disse Liliana. Julio entrò nella stanza in cui l’aveva già baciata e nella stanza da cui aveva già pensato di non voler andare via. Le pareti erano a strisce bianche e rosa, gli aveva raccontato come le aveva fatte, quanta dedizione ci aveva messo, quanto ne fosse orgogliosa. Le aveva dipinte quell’estate, da sola, quando ancora non lo conosceva, quando ancora pensava sarebbe morta da zitella. A Julio non piacevano quelle pareti, le trovava infantili e infantile trovava tutto l’arredamento della stanza. Ma lui dormiva ancora nelle coperte di quando aveva dieci anni, quindi non poteva dire nulla. Liliana aveva uno scaffale pieno di libri, messi in doppia fila perché erano troppi, aveva appena letto Il giovane Holden perché lui le aveva detto che era il suo libro preferito. C’era L’insostenibile leggerezza dell’essere, c’erano I promessi sposi che hanno letto tutti in parti, c’era Un giorno questo dolore ti sarà utile, c’era Tonio Kröger, c’era Nove racconti, c’era La morte di Ivan Il’ic, c’era Lolita, c’era Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, c’era 1984 e c’era anche Panino al prosciutto, glielo aveva regalato lui per farle uno scherzo, lei era vegetariana. Tornata, Liliana spense la luce e andò ad abbassare le tapparelle, gli chiese di sdraiarsi sul piccolo letto. Lui la aspettò, tutti e due ancora vestiti. Ripresero a baciarsi più nervosamente con le teste sul cuscino, più bloccati nei gesti, finché lui non si accorse che qualcosa non andava. «Cosa succede?», disse Julio. «Sono nervosa». «Anche io». «Perché? Non è mica la prima volta per te?». «Invece lo è». «Non è possibile, mi sembrava l’avessi già fatto». «No, mai». «Allora meglio, preferisco, come si arriva a diciannove anni vergini?». «Succede». Si sorrisero, ma nel buio non si videro sorridere. Lui ora si era messo sopra il corpo, più alto, di lei. Ora aveva ripreso a baciarla, aveva ripreso ad avvertirla tranquilla, aveva iniziato a sentire il pulsare nelle mutande. Le alzò la maglietta e lei la tolse direttamente. Le succhiò una parte della pelle vicino al capezzolo e poi il capezzolo, creandole un po’ di dolore. Julio fece l’unica cosa che aveva già provato in vita sua. Le baciò piano piano il ventre a scendere fra le gambe con la testa. Ma fu fermato. Liliana gli disse: «Non voglio tu veda quella parte del mio corpo». «Ma siamo al buio, non vedo nulla». Rimasero così per qualche secondo, con Liliana che tolse poi le mani che aveva piazzato a difesa dell’unica zona del suo corpo che non era mai stata in grado di accettare. Le sfilò a fatica i collant. Le baciò l’interno coscia mentre lei si lasciò levare le mutande. Non era umida, Julio si leccò la punta delle dita per bagnarla. Cominciò poi a passare la lingua, a cercare il clitoride. La ascoltava nel suo sciogliersi, si immaginava i suoi organi sciogliersi lentamente, le sue paure sciogliersi e si sentiva in grado di rassicurarla. Ne ascoltava i respiri lenti, regolari e cercava di mantenere quel ritmo con la lingua, le aveva appoggiato una mano sul ventre per sentirla meglio, per sentirla legarsi e slegarsi dall’aria. La seguiva nel respiro e Liliana non sapeva di star dirigendo con tutte quelle nuove sensazioni, Liliana percepiva il crescere lento di qualcosa e l’indurirsi di tutti i muscoli, la voglia di tenerli e annullarli, il soffocare nell’aria piena di aria della stanza. Mise le mani fra i suoi capelli che non controllava nulla, erano movimenti spontanei, non programmati. Gli occhi le si chiusero e inarcò la schiena e staccò il culo dal materasso lasciandolo in aria e Julio la seguì, Julio rimase lì a colpire con la lingua lo stesso identico punto che sentiva indurirsi leggermente nella sua bocca. Liliana fece un piccolo sospiro e si lasciò cadere sul letto. A Julio venne da ridere, ma cercò di trattenersi, aveva tutta la bocca bagnata e se la pulì fra le cosce di Liliana. Fece per andare a baciarla e si aspettava qualcosa di tenero, ma lei ne andò a cercare quasi feroce la lingua. «Dai, muoviti», gli disse. E Julio che si sentiva forte delle capacità che aveva scoperto, Julio si fece togliere la maglietta e i jeans. Lei passò la mano sulle sue mutande nere per sentirne la durezza. Julio cercò il preservativo nel portafogli, chiese a lei di accendere l’abat-jour. Fu allora che Liliana vide il suo corpo nudo, a gambe aperte, di fronte a un ragazzo che si sfilava le mutande e da cui uscì un pene duro, quasi rimbalzando su sé stesso. Fu allora che Liliana alzò lo sguardo e vide Julio con la sua espressione da concentrazione mentre cercava di capire da che lato andasse messo il preservativo e iniziò in quel momento a non temere nulla di ciò che sarebbe arrivato dopo. Si percepì viva nel momento. Julio si srotolò il preservativo e iniziò ad avvertire un’ansia implacabile al toccarsi con le mani, un’ansia che in tutte le volte che si era masturbato non era mai esistita. Ma ora si trovava lì, con Liliana nuda di fronte a lui, con Liliana che non avrebbe spento l’abat-jour e gli chiedeva di iniziare. Si sdraiò sopra di lei tenendosi il pene con una mano per cercare il modo d’entrare. Ci mise qualche secondo. Quando entrò avvertì un abbraccio caldo, quasi bollente. Quando lo sentì entrare avvertì un riempirsi di caldo, quasi bollente. E Liliana fece un sospiro che non aveva mai fatto in vita sua, un sospiro che sentì nascere dal diaframma e uscire solido dalla bocca. E Julio fece subito un verso che non aveva mai fatto in vita sua, un verso che sentì nascere dal diaframma e concentrarsi su tutto il pene e uscire caldo. Rimase senza fiato. Si guardarono. «Cazzo», disse lui. «Cosa succede?». «Sono venuto». Lei lo baciò. Julio uscì lentamente dal corpo di Liliana e andò a togliersi il preservativo in bagno. Si sciacquò nel lavandino. Tornò nel letto con lei che si era messa sul fianco sinistro. Le diede le spalle e si accovacciò tirando le coperte sui loro corpi. «Se questo è il sesso, allora fa schifo», disse Julio. Risero.

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Jaime De Castro

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