L’uomo finito

“Non mi avrai mica creduto così stupido”

si rimise il berretto e fece per andarsene.

“Se non credi ad una parola di tutto quello che t’ho detto lo sei, sei un idiota.”

“Ma andiamo, nessuno ci crederebbe”
Sfilai la pistola dalla tasca sinistra e gliela puntai dritta in faccia, mi sembrò che la sommità pendesse floscia come un mazzo di fiori bagnati; lui non era affatto impaurito.

Feci tre passi nella sua direzione, ma la sua espressione rimaneva impassibile.

“Allora, che dici, ancora non mi credi?” chiesi con acrimonia.

Lui scosse la testa, così gliela spappolai. Vidi nettamente il foro crearsi immediatamente al centro della sua fronte, il berretto volare via rotolando. Il proiettile forò una foto incorniciata alle sue spalle, dall’altra parte del mio appartamento sentii qualcuno gemere, poi silenzio.

Quando mi svegliai rimasi per ore a rimirare il cielo plumbeo seduto sul letto come un nonvivo. La testa di Iacopo che ruotava a destra e a sinistra e poi in reverse, in senso di negazione, galleggiò nella mia mente per tutto il giorno.

Era morto parecchi anni prima di quel dicembre, in inverno. Avevamo litigato e io, infuriato, avevo preso a calci la sua radiolina fino a distruggerla. Lui era uscito di casa senza dire niente, com’era solito fare nostro padre e tutti gli uomini della nostra famiglia, prima e dopo di lui.

Un’auto, due incroci dopo casa nostra, aveva preso in pieno il suo motorino azzurro, e così era finito per sempre. Riesco vividamente a ricordare le sue mani senza più dita e la bocca cucita da un’estremità all’altra, all’obitorio. A pensarci ora mi viene la nausea.

E adesso, nel mio sogno, non voleva proprio credere a ciò che mi aveva reso immortale.

Per cinquanta lunghe notti estive, mi ero rovesciato nel ventre di Teresa come un morto per annegamento; sudato dall’euforia e completamente pazzo tra le sue braccia. Non saprei raccontare altro riguardo al suo conto, perché non ricordo esattamente che volto avesse, dopo tutto questo tempo. Quando mi ha tradito ha detto soltanto: “Pensavo fossimo d’accordo, mi piace passare del tempo insieme a te, ma non credevo avessimo una specie di… relazione”.

M’ero lasciato dietro il suo volto non allarmato, e da quel momento avevo passato intere settimane e mesi a sperare che lei morisse. Inizialmente immaginavo di annientarla per mano mia, buttandola da un balcone o vattelapesca, ma non ne avrei mai avuto il coraggio. Così schiumavo nel verde umido della desolazione e della rabbia, e pregavo innumerevoli divinità che lei semplicemente da un momento all’altro cessasse di esistere.

Questo non accadde, com’è naturale, e pian piano dentro di me prese vita un nuovo strato di coscienza, che mi fu fatale: cominciai a sentirmi un peccatore, un uomo così finito e distrutto da aver passato un tempo lunghissimo in quel limbo oscuro, mettendomi contro qualcuno che poteva essere benissimo un ricordo sbagliato. Confusi la sua esistenza lontana da me, il desiderio della sua morte e l’infinitesimale probabilità che lei veramente fosse deceduta, in un grande miscuglio di residui spigolosi.

Irritato e con quel gran senso di peccato sulla coscienza decisi di ammazzarmi io stesso e mi inoltrai nei boschi portando con me una corda.

Dovevo farla finita, redimermi e disinfestare la mia mente da quella debolezza che mi aveva fatto crogiolare nel ricordo di Teresa fino a farla divenire un oggetto, simile ad una pentola, una spazzola, una camicia: era una cosa inanimata. Scorrevano i minuti e io non sapevo più che cos’era, non riuscivo più a collocare la forma e la posizione del suo naso sul suo volto, sempre che ne avesse uno. Non sapevo più dove abitasse, perché la odiavo così tanto e cosa mi aveva fatto. Vivevo tra le fessure di un maglione di lana come un insetto, rimpicciolito sempre di più insieme a tutto ciò che avevo di lei. Avevo sciupato il suo ricordo, l’avevo abbattuto e lasciato esanime nella mia memoria, e adesso ricominciavo a cercarlo. Che senso poteva avere?

Attraversai quei boschi correndo a piedi nudi, indossando una sorta di tunica nera. Quando mi trovai nel petto verde di quel posto, esangue e completamente impazzito, vidi la donna di pietra.

Lei se ne stava seduta di fronte a me, con uno sguardo vagamente severo; a ogni suo lento movimento, la polvere fuoriusciva dal suo corpo e si stendeva placida sul terriccio.

“Che cosa ci fai qui?” mi domandò.

“Sono venuto a riprendermi qualcosa.”

“Cosa, esattamente?”

“Non lo so, non lo so più.”

“Hai provato laggiù?”

Indicò col lunghissimo braccio un albero alla mia sinistra, io la guardai interrogativo.

“Vai, vai” ordinò.

Andai sotto quell’albero, ma, oltre al fogliame e qualche fiore sparso qua e là, non notai niente.

“Vedi?”- sorrise ampollosa- “Se la cerchi stupidamente, non la troverai mai.”

“Il problema è che l’ho annientata” gridai disperato.

“Avvicinati” attestò lei calma. Obbedii.

“Per favore” – la pregai in lacrime – “non so neanche più cos’era, se ho inventato tutto, sono disperato”

“Perché vuoi trovare questa cosa a tutti i costi?”

“Perché non riesco più a vivere; non mi interessa più cos’è o perché mi importasse così tanto in passato di lei, ma se potessi ricordarmi per un solo istante la sua forma, potrei continuare a vivere. Non la butterei mai via, ne sono sicuro, la terrei con me come qualcosa di prezioso! Ho bisogno di ricordare perché ho così tanto odio dentro”

Lei rifletté un momento, un leggero vento soffiò su di noi, ebbi la sensazione che si potesse sgretolare.

“Voglio darti più tempo” disse alla fine. “Anzi, tutto il tempo.”

Feci un salto di gioia, poi mi inginocchiai “te ne sarei veramente grato.”

“Però, devi essere sicuro di quello che stai facendo; avendo a disposizione tutto il tempo, intorno a te potrebbero accadere cose sgradevoli, rischieresti di annoiarti, e poi pensa alla peggiore delle ipotesi: potresti non ricordarti mai quello che stai cercando.”
“Non m’interessa. Il mio petto è nero e bruciato da qualcosa che è diventato un tormento, è da pazzi non ricordarsi neanche cosa, io ne ho bisogno, o non riuscirò ad andare avanti in nessun modo. Ero venuto qui per impiccarmi, per mettere fine ad ogni cosa, ma adesso, c’è ancora una speranza.”
“Va bene” concluse lei.

Mi diede in quel momento l’immortalità. La vidi trapassarmi come una lama. Non mi sentii meglio fisicamente, ero solo divenuto un senza limite.

Da quel giorno sono morti tutti quelli che conoscevo, ovviamente, e anche molte città hanno cambiato nome e si sono ingigantite come un’infezione virale. Non ho visto così tante guerre, tutto sommato: l’odio puro, quello reale, è una cosa che il singolo si è sempre tenuto per sé, mettendosi continuamente dall’altra parte della strada a fissare rabbioso come un cane qualche spettro personale.

Quello che la donna di pietra diceva sulla noia, però, era più che vero. Mi ricordai infatti di Teresa, dopo aver trascorso altre lunghe notti estive in case e su letti di donne senza età e senza nome, visto che poi le avevo dimenticate com’è normale che si dimentichi. Il suo volto senza importanza era apparso al mio capezzale un giorno in cui avevo la febbre. Dapprima pensavo fosse un’allucinazione, poi ricomposi i pezzi della nostra breve e intensa storia e di tutto il rancore inutile che lei aveva significato per me; alla fine ne rimasi completamente deluso, e non sapendo proprio cosa farmene dei suoi occhi belli e infruttuosi, delle sue parole e di tutto il resto, la buttai via, riducendola poco a poco in un niente.

Adesso avevo sognato Iacopo, mio fratello, che era morto a causa mia, in un certo senso. Ma in quel momento non mi ero sentito un peccatore, o chissà che altro, perché gli avevo chiesto scusa.

Avevo pianto sulla sua tomba tutto quello che un umano può buttar via dal proprio corpo, avevo straziato il suo ricordo che mai, neanche per un istante, si era sbiadito dentro di me; e quella era stata la mia redenzione.

Teresa invece, che mi aveva reso l’uomo cupo e dolente che non sarei mai più stato, fluttuava ad una decina di spanne dal pavimento, nella mia grande stanza da letto. Mi sembrava che ridesse di me, perché ora, cento anni dopo aver consumato e scordato il mio odio, veramente lei non esisteva più. E aveva trascorso tutta la vita pensandomi sporadicamente, con ogni probabilità, e morendo senza nessun conto in sospeso nei miei confronti. L’immortale, quello ancora presente e che avrebbe ricordato tutto e per sempre, ero soltanto io.

Ne era valsa la pena?

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