Le vie dei morti non sono facili da seguire. Ci si imbatte sempre in ossa che non si vogliono calpestare e in cimiteri d’emozioni incastrate, e Caronte a Milano ha la faccia di un drago Tarantasio che vomita una bile che sa di bitume. Piazza Stovani, a Baggio, è un rettangolo delimitato dal municipio dismesso e qualche aiuola, da qui si vede il campanile della Chiesa Vecchia e di lato si snoda via delle Forze Armate, negozi come punto d’incontro di anziani imbacuccati, motorini scorreggianti, biciclette contromano.
Il quartiere Baggio, antico suburbio aggregato a Milano nel 1923, ha sempre avuto la nomea di zona difficile, conglomerato di spaccio e microcriminalità varia. Le taverne losche, le famiglie calabresi delle ’ndrine e lo spaccio tunisino nel parco delle Cave degli anni ottanta e novanta ha lasciato spazio al racket dei rom nei fortini di via Quarti e a baby gang che praticano assidue arance meccaniche a clochard, gay e trans. C’è sempre da divertirsi, insomma. Nulla si lascia di intentato.
La casa di Max, o meglio quella della madre, si trova in una via laterale della piazza. Sordide case dall’intonaco giallo. Verdi veneziane sbilenche. Ragazzini cinesi all’angolo della via che fissano ipnotizzati il cellulare. La croce di una farmacia in fondo alla strada trafora di verde elettrico i banchi di nebbia. La foschia che si dirama dal parco delle Cave sembra inghiottire i tetti, i lampioni storti, le mura sbriciolate sotto i cancelli dei cortili. Il citofono rotto del numero 5 di via Cabella sputa un’intricata nervatura di fili elettrici. Spingo il portone ed entro. Il campanile della chiesa si anima con il cozzare febbrile delle campane. Inforco la prima scala sulla sinistra. Al secondo piano busso alla porta che mi trovo davanti. Sento la voce rauca della madre di Max. Sta parlando con qualcuno, è in compagnia. La porta si apre e compare il suo basso corpo robusto, la sua faccia rugosa, gli occhi gioviali, la crocchia di capelli bianchi sulla nuca. “Cerchi Max? L’è ver?” Perspicace, la donna.
“Sì… Tutto bene?” Il fatto che non mi abbia salutato e che subito mi abbia interpellato è un indizio che qualcosa già sa. Questo atteggiamento, non so perché, mi preoccupa. Eppure sono andato lì proprio per quello. Maria è una donna forte, non c’è pericolo che faccia una scenata, suo figlio l’ha abituata a tutto. Ne sono certo. I genitori dei tossici hanno una scorza da marine. Sono però nello stesso tempo inquieto. Sarà il rituffarmi in queste storie marce, immagino.
“Tutto bene. Entra su!” Spalanca la porta. Nel minuscolo salotto, sul divano azzurro nell’angolo, c’è seduta una donna. Ha lunghi capelli rossi, un naso appuntito, gli zigomi prominenti e tiene le dita intrecciate davanti alla bocca, i gomiti sulle ginocchia. “Ciao” mi fa, senza spostare le mani dalle labbra. “Pure lei l’è chi per il Max.” A quanto pare l’allarme ha già raggiunto i quattro cantoni.
“Tu sai qualcosa?” mi chiede Maria guardandomi fisso negli occhi, le mani infilate nelle tasche strette del grembiule a fiori. “No, sono venuto a chiederti.” “Eh, quel malmustus, chissà ch’el combina.” Mando giù un groppo di saliva. A quanto pare la madre non ha idea che sia morto. Faccio due passi dentro la stanza e porgo la mano alla donna seduta. Lei me la stringe con un gesto scattoso.
“Piacere, Olga.” Le sue dita gonfie, il volto asciutto e gli occhi liquidi tradiscono il fatto che di sicuro è una tossica. Su tante cose posso sbagliarmi ma non su questa. “Lei è una sua amisa” mi fa la vecchina indicandomi con il mento Olga. “Anche lei lo cerca. Le diset che son du dì che non si fa vedere.” “Tu quando lo hai visto?” le domando. “Mah, lo sai come l’è, quel barlafus, saran vot dì che non torna.”
Sorrido alla madre. Non voglio certo metterla in ambasce. Con Max ci ho parlato ormai una decina di giorni fa. Forse allora, semplicemente, si è accasato con qualcuno. Un compare di storie. O magari lo hanno legato, gli sbirri se lo sono portato via. Può essere. Qualche giorno di questura o una mesata a San Vittore è la prassi per un tossicomane. “Allora tu non sai niente Maria?” “No, non so niente.” Guardo attentamente la donna. Non sembra per niente affranta. Per lei ormai è normale la mancanza da casa di quel figlio quarantenne che fa la vita del balordo. “Ma preocupes minga” mi fa. Addirittura è lei che mi conforta. “Sarà föra de testa come semper.” Sinceramente non so più cosa potrei fare qui. Forse ha ragione. Gli sbocchi per questa storia sono vicoli chiusi. Sembra ci sia una forza malvagia che ostacoli ogni mia ricerca. “Allora vado, sciura” le dico. Forse ha ragione lei.
Preocupes minga. Che mi hanno detto che è morto non glielo dico alla madre, non me la sento. A cosa servirebbe? “Vengo anch’io” dice Olga, e si alza dal divano. Si rivolge a Maria: “Salve signora, se lo vede gli dica di chiamarmi”. Ci salutiamo e io e Olga usciamo insieme, scendiamo le scale e siamo fuori dal cortile. “Conosci Max?” mi chiede.
Le sue labbra sottili sono secche, le pupille a spillo. Almeno 80 mg di metadone in corpo, penso. “Sì, bazzica la stazione e io lavoro lì.” “Beviamo un caffè?” mi domanda, come se la mia risposta non la interessi, come se la sua domanda sia stata solo una domanda di cortesia. “Va bene.” Ci incamminiamo nella via e giriamo l’angolo. Entriamo in un bar. Al bancone mi si avvicina. Sento irradiare da lei una forza negativa, un’appiccicosa aurea che sa di pazzia e oppioide sintetico. “Anche tu cerchi Max? Lo sai che dicono che è morto?” “Me lo hanno detto.” “Sai che in questi due giorni si faceva di brutto? Mai visto così. A lui di solito bastava la sua dose giornaliera per non stare male. E invece in questi giorni si faceva tre, anche quattro pere. Gli stavano girando dei soldi.” “Dici? Che soldi?”
Osservo Olga e i suoi occhi sono quelli di qualcuna a cui è stato fatto molto male. Come quando finisci un’operazione complicata e ti risvegli con i postumi della paura e degli analgesici. Come qualcuno a cui gli hanno spezzato le vertebre e prende coscienza che vivrà per sempre paralitico, su una sedia a rotelle. L’eroina è una menomazione del cervello, oltre che uno stile di vita. “Ha venduto quella panetta che…” Olga si blocca, sposta indietro la testa, mi fissa corrugando la fronte. Il suo aspetto assume l’espressione tra un quadro di Courbet e una scimmia spaventata. Non che sia brutta, ma la roba le ha modificato la fisionomia come un acido ossalico schiarisce il legno. “Ma tu lo conosci o no?” mi interroga indispettita. “Ma sì, ti ho detto che l’ho conosciuto in stazione.” “Ma tu ti fai?” “No, ho smesso da anni.” “Mmmh.” Distoglie gli occhi dai miei e li posa sulla tazzina vuota che tiene ancora tra le dita, muovendola come se stesse leggendo il fondo, caffeomante novella. “E va bene.” Rialza lo sguardo e sorride. Le vedo le carie degli incisivi incollate al bordo delle gengive. “È che sai, non c’è mai da fidarsi.” “Perciò per te è morto veramente?” le domando. “Non so, sai con tutta la merda che si stava facendo però… è possibile.” “Perché lo cerchi?” “Perchééé?” mi ringhia addosso.
“Perché con tutti i soldi che gli girano qualcosa deve pur offrire, con tutte le volte che io…” Ah, e io che pensavo a una storia d’amore. Figuriamoci.
(da Milano di merda: Cronache di una città tossica, Agenzia X, Edizione Kindle, 2023, pp.125 – 130.)
Alessandro “Kresta” Pedretta nasce a Milano nel 1975. Operaio e sindacalista, inizia a scrivere intorno ai vent’anni, riportando in poesie e riflessioni il suo personale vissuto: sue fonti di ispirazione sono Henry Miller, Bukowski, Burroughs, Céline, autori a cui resterà sempre legato. Nel 2011 fonda il collettivo di artisti Nucleo Negazioni. E’ inoltre l’ideatore, nonché uno dei fondatori, della casa editrice La nuova carne. Tra le sue pubblicazioni, che includono sia poesia che narrativa, si segnalano le raccolte di versi Non chiedetemi il significato (2014) e Dio del cemento (2016).
Uscito nel 2023, il romanzo Milano di merda è incentrato sugli orrori quotidiani dei tossici metropolitani, “sottovite” al di fuori dello spazio-tempo, cui fa da sfondo quella normalità illusoria del socialmente accettato che si compiace della sua stessa alienazione. Originale incastro di arte e di parlato, il linguaggio dell’opera è un fiume in piena che trascina insieme flusso di coscienza, flashback e descrizioni allucinate di marginalità urbana, in una fusione pulsante di ironia e dolore.
Donatella Pezzino
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