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altro frammento da CANTI TOLEMAICI Vol. II – in forma quasi salmodiante…

Mi canterai l’Africa delle mille stagioni,
le sabbie silenti senza clamori. L’Africa
mi canterai, muto felino morente insieme
alle genti fuggite verso Occidente
per il grande Atlantico, per conoscere
diverse solitudini tra i mari di folla.
Africa, curva di un altro pianeta,
corpo africano sudato diamante di Trasvaal, catalessi
del sangue, saliva di decrepito sciamano; Africa
di ancestrali medicamenti, arie di bimbi scuri
agli occhi del sesso giocoso, anima librata
per spazi più preziosi del verde mai conosciuto
tra i pallidi sassi di brughiera gaelica, muschio
del pube swahili; fiera, quell’Africa, donna imponente,
serva mai doma alla morte. Mi canterai di antilopi
che dolci suggono amori prima del cancro europeo.
Mi canterai la regale e stracciona Africa
sui drappi della tua scenografia, balli di gambe nervose
e solenni batter di piedi d’Africa; grembo dilaniato che vidi
nell’assalto di mille iene e che la rapacità dei figli dei figli
di losche Missioni trafisse fino all’amore
che portavi appeso ai fianchi.
Africa, fascia notturna
contro i biancori dell’agonizzante tua essenza, radice di manna
più argiva d’ogni umano artificio, scoglio levigato
nel greve mio Egeo, mannello di sterpi
savana in New York. Africa, forzata figlia
di Harlem, cagna ribelle, malata, ringhiosa ramarra,
mi canterai i figli sparsi per droghe, umida fanciulla,
sfinge dai seni di mosto, perduta di te stessa,
perduta nella tua voce australe. Africa,
mi canterai dell’Africa che vide i padri
pagaiare l’agone dei tuoi giardini, cuore
del tuo nero cuore, idea immortale
nella sete Bantu, consumasti gli amori
nel ventre sfregiato, nello sperma rappreso
sul Mali, tracce di danze afflosciate, capelli
di zebra volati al ghibli che soffiò anatemi
all’etica bianca nel fango di luci coloniali. Etiope,
razza gigante, veloci bellezze di pura carne,
pulsare del Nilo, i polsi legati, scheggia di voce in Liberia. Ti
vidi, sale bollente, fecondare la terra con lente
cadute di pioggia. Mi trovo,
natante smarrito, nel tuo letto disfatto, come una frase stonata.
Piangono tamburi e fenicotteri sulle ruggini
della tua voce futura. Mi canterai d’Africa le umide
tue caviglie tu, che fonda più della notte,
sbeffeggi il sermo tardocristiano, raro monile
all’orecchio del sole. Il tuo cibo è una fase
di marea che frange le nude tue muraglie,
carcasse di fauna, fuochi del primo mattino.
Riemerge ancora all’Equatore la curva del vento tribale; fantasma,
l’egizia gatta, fissa la buia genesi rabbrividendo
nel silenzio d’ogni passo. Africa,
fine di un idillio d’ebano e avorio; non conobbi
gli auspici e i misteri che non valsero il lutto
per il cuore smisurato di Patrice Lumumba, e subito
fu il il buio e nel buio le tinte dell’Atlante
non poterono interpretarti né rappresentarti.
I mandala avvengono tra le ragazze espulse da te,
lavoranti di luride cucine nei vecchi e nuovi
continenti e tu, antica, scruti il mio riso represso
tremante tra le correnti dei vicoli chiusi

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Mirko Servetti

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