Anime
Vi sono anime liete,
puntuali alla luce, come al fiato
di marzo margherite.
Così fosse di me. Verso il mattino,
quando i sogni si fanno verticali
per leggerezza, io sono d’un tessuto
trasparente; nelle mie vene l’alba
beve il suo fresco vino.
Ma subito, al risveglio, con un muto
grido di metamorfosi, la carne
ha già escluso la luce. Già mi ingombro
di cupi stami. Pollini irrequieti
mi violentano e fuggono. – Mai sazia,
infecondata. – A me verrà la Grazia
con l’erpice di luglio, la vampata
del sole a piombo.
*
Stigmata
Qui dunque fui bambina. Alla marina
crescevo accanto: l’anima digiuna
d’ogni perché – famelica altrettanto.
Gigli ad oriente, la riva era una spada.
Stupendo sacrilegio imporvi un segno
– l’arco del piede –, premere col viso
la freschezza deposta dalla luna.
Il mare straripava nel sereno
a livello dei cigli. Ah, la bellezza
che pativo, non mia, che mia stringevo
in quel primo singhiozzo di creatura
che s’arrende all’immenso – era già il pegno,
la stigmata che in me sfolgora e dura.
*
Rosaio
Quando agosto è al finire
il mattino s’annuncia con clarini
di fuoco. Esco nel lampo del balcone,
di sonno intrisi ancora
sulla nuca i capelli e la mia veste
m’è fastidiosa. Lente alla ringhiera
stanno le rose – ansiose di sfiorire –
e invocano il pugnale delle vespe.
Ma Iddio manda fra loro
un’ape che ne serbi la memoria
quando il morto rosaio non sarà
che una corona di spine.
*
Il tredicesimo invitato
Grazie – ma qui che aspetto?
Io qui non mi trovo. Io fra voi
sto come il tredicesimo invitato,
per cui viene aggiunto un panchetto
e mangia nel piatto scompagnato.
E fra tutti che parlano – lui ascolta.
Fra tante risa – cerca di sorridere.
Inetto, benché arda,
a sostenere quel peso di splendori,
si sente grato se alcuno casualmente
lo guarda. Quando in cuore
si smarrisce atterrito «Sto per piangere!»
E all’improvviso capisce
che siede un’ombra al suo posto:
che – entrando – lui è rimasto chiuso fuori.
*
Ad ignoto
A te, che non sospetti ch’io esista –
A te, cui resterò sempre nascosta –
dalla mia ultima boa,
già immersa in freddi sorsi di campana,
aspettando il linciaggio
d’azzurri squali
a faccia in giù nell’onda –
invio di me quest’unico messaggio:
Con tutto il nulla t’amo
che intercorse tra noi – tutto l’immenso
che poteva intercorrere! Ma c’era
un universo in mezzo!
A te, sull’altra sponda
ignaro, approderà col fiato mozzo
questo tremante ramo
di me, scampato al viaggio.
( da La folle tentazione dell’eterno, Interno Poesia, 2022)
Fernanda Romagnoli nasce a Roma nel 1916. Al pianoforte (si diploma al Conservatorio Santa Cecilia di Roma) affianca gli studi di psicopedagogia. Come poetessa esordisce nel 1943, quando pubblica la sua prima raccolta dal titolo Capriccio.
Seguono altre pubblicazioni, sia in volume che all’interno di riviste letterarie come Forum Italicum e Fiera letteraria; partecipa anche a diverse trasmissioni radiofoniche. Muore nel 1986.
Di Fernanda Romagnoli ci restano, oltre alla già citata Capriccio, altre tre raccolte di versi: Berretto rosso (1965), Confiteor (1973) e Il tredicesimo invitato (1980), più alcune opere postume che testimoniano la volontà del mondo letterario odierno di riscoprirne il talento e la sensibilità.
Al centro della scrittura di Fernanda Romagnoli c’è l’incontenibile energia di uno spirito che vuole rimanere libero, e che perciò sceglie la strada – dolorosa, pur se necessaria – del distacco, della rinuncia, della non appartenenza; la morte stessa, perdita di tutte le perdite, viene accettata nell’ottica di questa estrema indipendenza dal mondo delle cose.
Ovunque, nei versi di Fernanda, c’è un grido che echeggia nel silenzio. E non è solo la voce del “tredicesimo invitato” che rifiuta mentre è rifiutato e si nasconde mentre tutti si esibiscono; la condizione di isolamento di quest’anima travalica le miserie e le falsità dei rapporti sociali per coinvolgere l’intero creato, la natura e perfino l’eternità, di cui soffre come estranea la struggente bellezza.
Donatella Pezzino
Immagine: Contemplazione, dipinto di Alice Mary Burton (1955).
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