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IL « TIPO RIMBAUD »

“Je est un autre “
“Io è un altro”

Arthur Rimbaud

Penso che la condizione dell’artista sia perlopiù drammatica e aspirare a esserlo cosa vana. Se penso all’artista mi viene in mente la definizione che ne dà Ceronetti: “Colui che porta in sé la pena di tutti” (in realtà, mi sembra di ricordare, sia una definizione del poeta, l’artista più squalificato di tutti). Per William Butler Yeats tutti gli artisti agiscono la ”lotta della mosca nella marmellata”. Riesco a vedere nella figura dell’artista solo uno che si dibatte fra il “desiderio di non lasciare tracce” di cui scrive Baudrillard e un certo desiderio di immortalarsi, cioè di imprimersi nella memoria dell’umanità, che si può tradurre nella fantasia di essere più reale da morto, come ricordo o leggenda, che da vivo. Perché così funziona il mercato dell’arte, dove un pittore morto è un “business”, così funziona la mente storica, che tende a esaltare quello che non c’è più, a mitizzare il passato.

Fra i poeti quello che si avvicina di più a essere un mito per me è Arthur Rimbaud, icona del grido dell’adolescenza, grande visionario, viaggiatore – camminatore instancabile, davvero “uomo dalle suole di vento”, come nella celebre definizione data da Paul Verlaine. Per essere un mito non gli manca nulla, capro espiatorio in gioventù ribelle, che fornisce la più esatta lingua del delirio poetico al suo, al solito prosaico, secolo, frenetico viaggiatore come alla ricerca di un impossibile Graal mentale, e infine in età adulta arido mercante ”inteso alla moneta”, ingranaggio di un meccanismo d’alienazione mercantile, ostaggio del deserto, che parla solo di rendite e molto prosaicamente vuole “farsi una posizione”. Davvero il viandante e la sua ombra, come aveva scritto Nietzsche, l’uomo ottocentesco e la sua ombra, e insieme il mostro dentro il labirinto, Prometeo che ruba il fuoco agli dei, l’artista moderno.
Talvolta egli può trovare, come fece Rimbaud, la propria nemesi proprio in se stesso, il suo desiderio di alterità lo porta a fondersi con la propria ombra. Quale abisso fra un poeta e un mercante, che mercanteggiò anche in schiavi?

Eppure Rimbaud li incarna entrambi. È insieme il grido di rivolta e il rumore di un cingolato che schiaccia la rivolta. Egli racconta la lacerazione in cui viviamo noi uomini del futuro. Ci anticipa sul terreno della creazione artistica, vede dentro il nostro abisso mercantile. Sceglie la via del deserto africano e si desertifica intimamente. Suo unico desiderio garantirsi una rendita che lo liberi dal dover lavorare. Per questa rendita impossibile si massacra di lavoro. Lui che nei suoi versi aveva condannato il lavoro, sia quello manuale, sia quello intellettuale, e aveva gridato: “Non lavorerò mai”.

Per Henry Miller il «tipo Rimbaud» avrebbe scalzato il «tipo Amleto», avrebbe incarnato meglio il nostro disagio contemporaneo. Miller intendeva il primo Rimbaud, poeta e veggente, folle e sinistro, visionario e lucido nel suo gridare nel deserto francese, nel deserto europeo, radicale nella sua condanna di un certo mondo borghese. Egli, però, cova l’ombra della sua metamorfosi. Così Arthur Rimbaud è ancora più folle e sinistro perché ci ricorda che nel profondo di noi stessi si trova qualcosa come la nostra negazione, la nostra nemesi, la maschera che non vogliamo indossare e che talvolta inspiegabilmente ci troviamo sulla faccia. Auden lo chiama “antitipo”, Wiliam Butler Yeats, l’”anti sé”. È il nostro doppio, l’angelo che veglia sui nostri atti demoniaci, il demone che sovraintende le nostre pulsioni angeliche. Rimbaud e il suo doppio, l’altro, come nel suo enigmatico verso: “ Je est un autre “, ” Io è un altro”.

Ecco è così: si diventa un mito a forza di esalare enigmi. Che cosa triste se Rimbaud si fosse spiegato, chiosa Cioran. Lautréamont è stato ancora più radicale: è svanito. Della sua morte in giovane età non si sa nulla. Rimane qualche lettera, il suo capolavoro “Canti di Maldoror”, il certificato di morte, e un altro libro stranissimo, intitolato laconicamente “Poesie2, dove anticipa tanta letteratura del detournement che verrà dopo. Sia per Rimbaud sia per Lautréamont a vincere è il mistero, la sfinge dalla lingua molto più che biforcuta che è la loro poesia.

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Ettore Fobo (pseudonimo di Eugenio Cavacciuti) è nato a Milano nel 1976. Ha pubblicato tre libri di poesia con Kipple Officina Libraria: “La Maya dei notturni” (2006), “Sotto una luna in polvere” (2010), “Diario di Casoli” (2015) e un audiolibro "Poesie allo stato brado" (2020). Con la casa editrice Montedit pubblica " Canti d'Amnios" (2020). Sue poesie sono apparse in diverse antologie, fra le quali la raccolta connettivista “SuperNeXT” (Kipple Officina Libraria, 2011). Dal 2008 gestisce un blog di letteratura “Strani giorni” (www.ettorefobo.it). Collabora con la rivista multilingue “Orizont literar contemporan”, con il portale di critica letteraria e dello spettacolo “Lankenauta” e con il blog collettivo “Bibbia d’Asfalto”. Una sua silloge, “Musiche per l’oblio”, è stata tradotta in romeno, francese, inglese e spagnolo. Ha ottenuto diversi riconoscimenti a concorsi letterari, fra i quali: vincitore ai Premi “Le Occasioni (2018), “I colori dell’anima” (2018), “Il Sublime - Golfo dei poeti” (2018),"Besio 1860" (2019), segnalato al Premio “Lorenzo Montano” (2017, 2018 e 2019), Premio Speciale della Giuria a “Ossi di seppia” (2019). “Musiche per l’oblio” è fra i libri selezionati per il “Premio Gradiva” (2019).
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