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Tre poesie di Ferdinando Giordano

  1. Fatti in là

Ricavo un antro nello specchio

prima del letargo inappellabile,

come tutti del resto in questo tratto

che sempre più approssima a brutto muso

la sagoma delle arcate dentali

e più vicino è, rifletto

al confine delle date, ai santi apostrofi

del pensiero perso, ai licheni e alla cenere

che li apprende, proprio mentre l’atmosfera

incarna un nuovo scompartimento di ferie.

Molti lì dentro si stringeranno all’onda,

altri alla medica e alla stella, qualcuno cadrà

nell’incontinenza dei germi

e forse solo cento faranno posto ai seguenti venti.

Ma ti ricordo come eravamo: lungimiranti

fino al naso, più in là brevilinei, volitivi

dalla sera in poi, con la lingua che faceva spazio

ad altri mondi che si dicono

agli intimi; e qui e adesso

non ne rispettiamo il metro.

 

  1. Le due sul molo

Magari il porto turistico è un bel posto

per barcamenarsi. Magari lì non costa.

Ed è noto il calmiere dell’onda

diffuso dalla sua altezza quando si avventa

e i natanti ne tengono conto

e sembrano piastrelle smosse

ai piedi del promontorio.

 

Sono le due. Si direbbe oltretutto

che qui stiamo ad aspettare un treno.

Quelli così veloci da portarti qui

prima che io ti veda. Se non ci fosse

la pacatezza del pomeriggio, che cala

l’amo nella sera e abbocca il fresco

con l’argento alle calcagna, come

insabbiare la paura di perderci?

 

Era la tua mano un sollievo e scoperta

riva nella mia mano. La stessa mano

in apnea nel sudore adesso, tra millemila

esempi che a memoria si muovono.

Parlano di fare mente locale nella marea.

 

  1. Con tutta la forza che ci fonda

La distanza tra l’ape e me è abissale

già a salve. La saluto ora che si perde,

e direi che avanzo nel soliloquio.

Ma la distanza non è nelle ali che ci misurano

nei salti. Talvolta in alto. Come copula dell’aereo.

Salta agli occhi questo divario inumano, certo,

ma insufficiente a tenerci lontani.

Insetto meno di me, ha ragione dell’impero

del vento, poco attore ma tanta scena.

E non è ancora abbastanza. Cosa manca allora?

Sono convinto che la distanza

stia tutta nella cura maniacale di diffondere

i petali, possederne l’alfabeto e imbrattarsi

dei contenuti: l’ape coltiva il linguaggio efficiente,

invece io – e con me il potere, l’epica e i sentimenti –

trovo comprensibile un linguaggio solo

nell’aria viziata.

All’aperto mi colloco tra i semi incoscienti.

Coltivo la loro stravaganza: quella nettezza,

quella diversità di infilarsi nella terra

in altre parole.

 

Ferdinando Giordano (Robert Wasp Pirsing)

 

 

 

 

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