Cecilia Deni / Caffè letterario

La buona Musa ha detto a me : Cammina,
o tu, sorella mia, cammina in pace,
e se la via s’inerpica e ruina,
stringiti a me col tuo braccio tenace.

La meta a cui tendiam non è vicina,
ci guida la speranza, amica face,
e la luce d’ amor, luce divina,
brilla, o sorella, nel mio sguardo audace.

E se per via t’ incontri la tempesta,
non piegare la fronte impaurita,
scopri il debole petto al turbo fiero;

la morte attendi, ma finché ti resta,
un dolce sogno e un alito di vita,
credi all’ eternità del tuo pensiero.
*
Super pelagum

Ma triste è il sogno mio! la mia bandiera
è già caduta nella lotta immane,
e la notte silente è fredda e nera…
sono fallaci le speranze umane !

A me, d’intorno mugghia la bufera,
cede il mio core a la paura inane,
e dubbioso sogna, attende e spera
che rifioriscan le speranze arcane.

Io, sulla riva, immobile, a guardare
vengo i naufraghi sogni che alla vita
lancian gli ultimi gridi disperati.

È forse doloroso naufragare,
ma su la superficie aurea, infinita
essi non sono ancora ritornati.
*
Foglie e speranze

Riposan nella quiete altissima del bosco
gli alberi sonnolenti, nel plenilunio mite,
si specchiano nel lago, come in un cielo fosco,
i tremolanti rami. Le foglie scolorite

van per l’acque vagando, simili a coppe d’oro,
con dolce ondulamento, staccate al ramo verde
della quercia superba, del faggio e dell’ alloro.
E l’avido mio sguardo la debil traccia perde

del cammino fantastico! Io penso alle divine
speranze che dal ramo fiorente di mia vita
si staccano ad ogni ora e in mar senza confine,
il funebre viaggio compion nella infinita,

alta quiete del tempo.
*
Mentre nevica

La neve cade a fiocchi, e il maestrale
monotono ribatte alle vetrate;
per il deserto e squallido viale
migran l’ultime foglie abbandonate.

Qualch’esule augellin le trepide ale
sulla finestra posa affaticate,
mentre dormon sul bruno davanzale,
l’ultime roselline scolorate.

Cade la neve; il grido di dolore
della campagna desolata e bianca
ripercuotersi sento in fondo al cuore

e provo un’ ansia trepida e segreta…
e tu non ‘l sai, ma a quest’ anima stanca,
tu sol puoi dare i sogni di poeta.
*
Vaticinio

Non io, non io trionferò del male
senza fede, senz’opra, senza meta
Non io sarò che dispiegando l’ ale
di sacro ardore avviverò la creta.

Se il mio spirto audace non asseta
di martiro e d’ amor, se questa frale
spoglia di disvelar tutto mi vieta
il mister della vita, a me non vale

correre ansiosa a la fatal rovina,
logorando le forze del pensiero,
nel difficile, incerto mio cammino.

Eppure a me favella una divina
voce e dipinto ha sullo sfondo nero
un poetico sogno il mio destino.
*
Sulla rupe

Nei gorghi dell’acqua spumante
lo sguardo pensoso s’annega,
e i brevi sospiri dell’ erbe e dei fiori,
dei rapidi flutti intendo. Non più,

tu ridi, un’ arcana tristezza
t’invade, a la rupe corrosa,
nel tempo, dall’ onda selvaggia del mare
tu pensi e ti tenta l’abisso… Perchè?

Ti porgo la mano! Cadremo
è vero ; al furor del flutto
Volubile, invane resistere io voglio;
un gelido letto ci attende laggiù.
*
da Ballate primaverili

Molti fiori son cresciuti al cimitero
e d’ erba un gran tappeto umido e lieve ;
squarcia il sole il lenzuol bianco di neve,
che copria delle tombe arduo il mistero.

Nella campagna rifiorente il suono
della campana si diffonde a sera,
come un saluto della terra al cielo,
come un inno di gloria e di perdono
che dica all’uomo affaticato. Spera!
Lontan lontano un vaporoso velo
di nubi si disperde e un asfodelo
sparge sopra la tomba di mio padre,
mestamente le sue foglie leggiadre…
leggo in esse di lui dolce un pensiero.

(da Verso l’erta, Catania, Giannotta, 1900)

Cecilia Deni nasce a Militello in Val di Catania (CT) nel 1872.
Fin da giovanissima si distingue per le sue spiccate doti intellettuali e per la sua delicata sensibilità poetica: con il suo primo volumetto di poesie Primi canti , pubblicato a soli 18 anni, Cecilia attrae l’attenzione di Mario Rapisardi, che ha per lei parole di elogio. Ottenuto il diploma magistrale a Catania nel 1890, si laurea a Roma nel 1894 con il massimo dei voti in Lingua e Letteratura Italiana. Tornata in Sicilia, ottiene subito la cattedra di lettere italiane alla Regia Scuola Normale “Giuseppina Turrisi Colonna” di Catania; successivamente, dal 1916 al 1932, ricopre l’incarico di Preside della Scuola Normale “Regina Elena” di Acireale, di recente fondazione.

Alla professione di educatrice, Cecilia affianca una fiorente attività letteraria che si esprime nella pubblicazione di numerose raccolte di poesie, in collaborazioni con giornali e riviste e in testi di critica letteraria e storia della letteratura; non manca in lei l’interesse per la cultura e il folclore di Sicilia. A questi scritti si aggiungono due raccolte di favole e la bozza manoscritta di un romanzo rimasto incompiuto.

La sua vasta e articolata cultura riscuote l’ammirazione dei contemporanei. Tra le sue amicizie ci sono alcuni tra i più grandi letterati del tempo: oltre al già citato Mario Rapisardi, si ricordano Ada Negri, Giovanni Verga, Luigi Capuana, Giosuè Carducci, Nino Martoglio. Molto attiva nel campo del sociale e dell’assistenza, nel 1909 è una delle fondatrici della sezione catanese dell’Unione Femminile Nazionale, associazione benefica a favore dell’infanzia, della famiglia e della donna. Insieme al Rapisardi, inoltre, contribuisce all’ampliamento del patrimonio librario della biblioteca del suo paese natale. Muore nel 1934.

La Cecilia Deni poetessa ci ha lasciato in tutto sette raccolte: la già citata Primi canti (1890), Verso l’erta (1900), Echi primaverili (1901), Idilli e Scene (1903), Idillj (1912), Patria (1916) e Liriche (1934). Per la freschezza dello stile, la grande forza espressiva e la classicità delle forme, i suoi versi sono stati spesso accostati a quelli di Ada Negri: in realtà, la sua opera è molto più varia, multiforme ed eclettica.

La poetica della Deni si muove entro i canoni ben collaudati del leopardismo ottocentesco, nei quali però sono già ben percepibili le nuove istanze del Crepuscolarismo, del Decadentismo e della Scapigliatura. Molto forte è l’influenza del maestro e mentore Rapisardi, evidente soprattutto nel titanismo e nel superomismo di cui sono permeate le liriche di argomento storico-religioso. Nei componimenti più intimi e personali, invece, Cecilia trae ispirazione dalla poesia d’impronta maledettista e romantica, con percepibili richiami a Mariannina Coffa. Fra i temi più frequenti ci sono le speranze, le disillusioni, il dolore esistenziale, il senso della morte e della vanità del tutto.

Immagine: Paolo Vetri, Fanciulla che esce dal bagno, 1873

 

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