Giovanni Perri: nota di lettura a ‘I miei colori scalzi’ di Carmina Esposito

“All’alba di un giorno nuovo / un porto mai visto prima”.
Mi piace assumere questo splendido distico come inizio del mio viaggio verso un interno da esplorare. Devo guardare dentro questo dissolversi di un notturno e comprendere pian piano le sensazioni che emergono come da un mondo che prende precisione nella luce; individuare i toni di un passaggio per sedimenti, per ogni minima variazione di colore appena generato, che mi faccia avvertire un mondo perduto o magari solo immaginato, messo in queste pagine proprio come un dipinto.
È il lavoro della poesia, quando arriva da una voce che viene dalla terra calpestata nuda, dal riflesso di un vetro, da un solco qualunque del tempo e galleggia in un suo nucleo di malinconie. Voce di nodi e spigoli, di attracchi e abbrivi, di scavi e costruzioni lente in un ritroso di emozioni in cui viene rammendata la vita coi suoi stessi filamenti di luce: preghiere terragne, lamenti di scaglie marine, silenzi appena percepiti nella loro quota di febbre.
Ecco:
I miei colori scalzi – ombrature e chiarìe – , di Carmina Esposito (Giuliano Ladolfi editore, giugno 2020, pagg. 72) ha questa perfezione albina di una nascita. Sembra l’effetto di una ri-creazione: una oscurità ritratta o espansa che piano si sgretoli e sbianchi per accogliere in sé l’umore di ogni tonalità, sia che provenga da un incanto sia che lo determini. Pare di assistete allo stupore – ignoto – per qualcosa di molto conosciuto. Una specie di addio rimasto nello sguardo o in una mano che accarezzando l’aria, ne senta l’aroma, lo saluti. E più di ogni cosa alla poeta interessa mettere a fuoco e mostrare la gamma di umori nascosta in questo saluto, le umane presenze che in concreto, o in sogno, lo abitano.
[…]”Già la pioggia nel giardino / spolvera foglia a foglia / il cycas nell’aiuola / scrosta calce dai muri / la casa di sole / diventa triste per sempre / le rose respirano a fatica / i tarli scavano buchi / larghi una vita.
C’è una casa con tutti i suoi argomenti, c’è un giardino col suo alfabeto di fiori, ci sono dolori, silenzi, respiri, c’è insomma un mondo fenomenico che insieme si lascia esplorare per poi consolidarsi in una culla originaria, in un suo fondo di verità assoluta. E la verità è fatta di figure emerse sembra dal cuore della terra, da un battito che brilla e proietta e rassicura.
“Mia nonna regina del suo orto / si aggirava da padrona / tra filari di cipolle, pomodoro melanzane […] “Un ortogiardino fresco ombreggiato / dove cullavo in solitudine la fantasia […].
Sappiamo che Carmina è pittrice, viene dunque facile comprendere come ella abbia a cuore ogni dettaglio che le compone lo sguardo. Ma quel dettaglio, quella precisa inquadratura oltrepassa se stessa, sorvola i contorni fino ad individuarne il suo più antico calco. Come in una costellazione di lasciti le parole hanno il compito di indicare la via, collegarne gli interni, individuare l’insieme dei raccordi che ne compongono la traccia. E quella traccia è la sua stessa vita, nel suo confinare continuo con l’amore e la morte, con la nostalgia e il sogno, con la speranza e l’illusione.
“Nella partenza delle stagioni / resta nell’aria l’odore” […] “sulla bussola impazzita / le parole ritrovano i punti cardinali […]
La misteriosa aura è già annidata e le immagini fanno corpo nel verso solo apparentemente esplicito, più ancora avvolto in segnali, riflessi, venature, come a voler indicare un percorso di lettura che può avvenire solo per vie aeree o sotterranee.
La concisione musicale e cromatica del verso nelle inquadrature a scomparsa del dettato, i segni variabili dei corsivi, l’andatura tuttavia piana come venuta da una narrazione di soglie e lacerti, lasciano ai piani evocativi del sapere e della conoscenza, ogni comprensione. E la materia palpita nei suoi elementi, il lettore la sente come il respiro della rotazione terrestre, come il passaggio delle voci nel tempo, come se il tempo avesse trovato finalmente il suo doloroso ma necessario punto di ritorno, il suo approdo salvifico e segreto.

Giovanni Perri

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